JODEDOSS: Quando il Grillo Parlante decide di non stare zitto

C’è una voce che non smette di fare domande, anche quando sarebbe più semplice adeguarsi. È quella evocata dal titolo IL GRILLO PARLANTE, il nuovo EP dei JodedosS, uscito lo scorso 8 ottobre. 

Dopo anni di silenzio, la band torna con cinque brani inediti e una rilettura di Precipito di Giorgio Canali & Rossofuoco. Punk, ironia ed energia rock diventano gli strumenti con cui affrontare alienazione, manipolazione e omologazione. Al centro non c’è soltanto la critica a un mondo che tende a trasformare le persone in automi. C’è anche la necessità di difendere uno spazio personale, quello in cui costruire un’identità e continuare a dubitare. Il “Grillo Parlante” diventa così una figura interna, una voce che non accetta risposte già confezionate.
Da qui parte una conversazione sull’identità, sulla libertà di pensiero e sulla scelta di continuare a mettere tutto in discussione.

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Il Grillo Parlante che dà il titolo all’EP sembra rappresentare una voce interiore incapace di accettare passivamente ciò che le viene detto. Quali sono, oggi, le domande che questa voce continua a porre ai JodedosS e che cosa significa per voi non smettere di dubitare?

Il Grillo Parlante è quella vocina che ti rompe le scatole proprio quando vorresti stare tranquillo! Scherzi a parte, credo che la domanda fondamentale sia: siamo davvero sicuri di quello che pensiamo, oppure abbiamo semplicemente imparato a pensarlo? Viviamo in un mondo nel quale tutti sembrano avere una risposta pronta su qualsiasi argomento, possibilmente espressa in trenta secondi e con una certezza disarmante. Noi, invece, preferiamo conservare qualche dubbio. Non perché pensiamo di avere capito qualcosa che gli altri non hanno capito, ma proprio perché siamo consapevoli di quanto sia facile sbagliarsi. Il Grillo non è un maestro che sale in cattedra: è più un rompiscatole che ti impedisce di metterti comodo. E forse è proprio questo il suo mestiere: ricordarci che pensare con la propria testa significa anche avere il coraggio di cambiare idea. Che, di questi tempi, non è mica poco!

Nella descrizione del vostro progetto ritorna l’idea di un mondo che spinge gli individui a diventare “automi”. Quali comportamenti, meccanismi o pressioni avete cercato di mettere maggiormente a fuoco attraverso le canzoni?

Il rischio è abituarsi a tutto, anche a ciò che ci fa stare male, fino a considerarlo normale. Dobbiamo essere produttivi, performanti, sempre sul pezzo, possibilmente felici e sorridenti, magari pubblicando anche una bella foto per dimostrarlo! Nel frattempo, però, può capitare di perdere di vista quello che siamo e quello che desideriamo davvero. Con Ansia, per esempio, affrontiamo una sensazione che ormai sembra essere diventata una compagna di viaggio piuttosto diffusa. In Chiodi c’è invece quell’idea di disagio che non puoi semplicemente ignorare, come se bastasse mettere un cerotto su tutto per risolvere le cose. Non abbiamo la pretesa di denunciare chissà quale complotto mondiale: ci basta guardare quello che succede intorno a noi, e anche dentro di noi, per trovare parecchio materiale. D’altra parte, se per funzionare dobbiamo diventare automi, almeno pretendiamo il diritto di scegliere il sistema operativo! Battute a parte, ci interessa soprattutto mettere in discussione quegli automatismi che seguiamo senza domandarci se abbiano davvero senso.

Libertà di pensiero e costruzione dell’identità sono due temi centrali del progetto. In che modo, secondo voi, il bisogno di pensare con la propria testa si intreccia con la difficoltà di capire chi siamo senza lasciarci definire dagli altri?

Capire chi siamo è già abbastanza complicato di suo, senza che il resto del mondo si senta in dovere di darci istruzioni! Famiglia, lavoro, società e relazioni contribuiscono inevitabilmente a costruire la nostra identità. Il problema arriva quando finiamo per vivere cercando continuamente l’approvazione degli altri, come se dovessimo superare un esame ogni volta che facciamo una scelta. Se provi a essere quello che tutti si aspettano, prima o poi rischi di non capire più chi sei davvero. Pensare con la propria testa significa anche accettare di non piacere a tutti, di essere contraddittori e, ogni tanto, persino di fare una figuraccia. Non crediamo che esista una versione definitiva di noi stessi, da trovare come il pezzo mancante di un puzzle. Siamo persone in continua evoluzione, per fortuna! L’importante è provare a scegliere la propria strada, anziché passare la vita a chiedere agli altri se stiamo camminando nella direzione giusta.

Il filo conduttore dichiarato è quello di “rompere gli schemi”. C’è uno schema preciso, personale o collettivo, che sentivate particolarmente urgente da mettere in discussione mentre scrivevate questi brani?

Ci piacerebbe mettere in discussione l’idea che esista un unico modo corretto di vivere, pensare e comportarsi. Sembra che ci sia sempre qualcuno pronto a spiegarci come dovremmo essere, cosa dovremmo desiderare e persino come dovremmo raggiungere la felicità. A volte viene da chiedersi se, prima o poi, ci consegneranno anche il manuale di istruzioni! Per noi rompere gli schemi non significa andare contro tutto e tutti per partito preso. Sarebbe soltanto un altro modo di farsi condizionare, con il segno meno davanti. Significa piuttosto conservare la libertà di scegliere, anche quando la scelta non coincide con quella della maggioranza. Questo vale nella vita, ma anche nella musica. Non ci interessa stare dentro una casella soltanto perché qualcuno ha deciso che quella è la nostra. Se un brano ci porta verso il punk rock, un altro verso sonorità alternative e in certi momenti ci scappa anche qualche passaggio ska, va bene così. Non dobbiamo chiedere il permesso a un’etichetta per suonare quello che ci va. Ci mancherebbe pure il sindacato dei generi musicali!

Qual è la cosa che più di tutte vorreste che l’ascoltatore continuasse a mettere in discussione dopo aver ascoltato l’EP?

Ci piacerebbe che restasse una domanda, possibilmente accompagnata da un po’ di sana inquietudine! Non vogliamo che qualcuno finisca di ascoltare l’EP e pensi: «Finalmente questi qua mi hanno spiegato come funziona il mondo». Sarebbe un fallimento piuttosto clamoroso, considerando che noi stessi continuiamo a farci domande. Ci piacerebbe, invece, che una canzone riuscisse a mettere in dubbio qualcosa che l’ascoltatore ha sempre dato per scontato. Magari una convinzione, un’abitudine, un modo di guardare le cose. Non è necessario cambiare idea su tutto, né trasformare ogni ascolto in una seduta di autocoscienza. A volte basta un piccolo dubbio per cominciare a guardare qualcosa da una prospettiva diversa. Se poi una canzone riesce anche a far sorridere, a far arrabbiare o a dare voce a qualcosa che uno si teneva dentro da tempo, tanto meglio. Il Grillo Parlante non deve convincerti di avere ragione: deve impedirti di smettere di farti domande. E se, nel frattempo, ti aiuta a toglierti qualche sassolino dalla scarpa, direi che il suo lavoro l’ha fatto!

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