C’è un momento, nel percorso di chi fa musica, in cui la passione smette di essere soltanto un desiderio e diventa anche un lavoro quotidiano fatto di organizzazione, promozione, contatti e tentativi. Martino Adriani conosce bene questa dimensione: oltre 400 concerti, dischi, collaborazioni e una traiettoria che lo ha portato a esplorare anche la poesia e la direzione artistica. Con il suo ultimo singolo, “Panico Rock and Roll”, uscito il 23 ottobre per Believe Music Italy, il cantautore guarda con ironia alle contraddizioni del sottobosco musicale, senza rinnegare ciò che lo ha spinto a cominciare.
Ma cosa rimane, dopo tanti anni, dell’entusiasmo degli inizi? E come cambia il rapporto con la musica quando si impara a conoscerne anche i meccanismi meno visibili? In questa intervista Adriani ripercorre il proprio avvicinamento alla scrittura, racconta l’esperienza di Oca Morta Live a Parma e del Giovivendo Festival in Cilento, riflette sulle possibilità della scena indipendente e sul valore degli incontri. Perché, al di là delle illusioni e delle fatiche, forse il senso di continuare sta anche nella capacità di riconoscere quanto di speciale si è riusciti a costruire.

Il tuo percorso musicale si è sviluppato attraverso centinaia di concerti, dischi e incontri con artisti molto diversi tra loro. Ma tornando agli inizi, qual è stato il tuo primo incontro davvero significativo con la musica? C’è stato un momento in cui hai capito che non sarebbe rimasta soltanto una passione, ma sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?
Non ricordo un momento preciso in cui ho deciso che la musica sarebbe diventata il mio percorso. È successo gradualmente, passando dall’ascolto alla scrittura, dai primi live alla voglia di costruire qualcosa di mio. A un certo punto mi sono accorto che volevo provare a dare una forma personale a quello che avevo da dire. Da lì sono arrivate le canzoni, i concerti e tutto il lavoro che c’è intorno.
In “Panico Rock and Roll” racconti una passione che continua a chiamarti anche quando comincia a presentare il conto. Dopo tanti anni trascorsi tra palchi, locali e chilometri, è cambiato il tuo modo di vivere la musica? E quanto è difficile distinguere ciò che si continua a fare per amore da ciò che, a volte, si porta avanti per abitudine o ostinazione?
Il mio modo di vivere la musica è cambiato soprattutto dopo il Covid, quando mi sono ritrovato improvvisamente fermo, lontano dalla solita routine. Mi sono reso conto di quanto tempo dedicassi a organizzare le condizioni per poter suonare, tra date da trovare, contatti e promozione. Oggi cerco di essere più consapevole di come investo le mie energie, anche in virtù degli altri rami musicali che ho scelto di abbracciare. Credo sia importante capire quando la tenacia serve a costruire qualcosa e quando rischia di diventare un automatismo.
Oltre a essere un cantautore, ti occupi della direzione artistica di Oca Morta Live a Parma. Cosa significa passare dall’altra parte del palco, scegliendo chi far suonare e costruendo occasioni di incontro tra musicisti e pubblico? C’è qualcosa che questa esperienza ti ha insegnato sul mondo della musica e che, da artista, prima non riuscivi a vedere?
Sia con Oca Morta Live a Parma sia con Giovivendo Festival, che organizzo in Cilento da quindici anni, cerco di creare occasioni di incontro attraverso la musica. Da musicista, so quanto sia importante poter suonare, raggiungere nuovi pubblici e confrontarsi con realtà e artisti diversi. Questo mi dà una sensibilità in più nel mettermi nei panni di chi sale sul palco. Ma c’è anche il desiderio di dare valore ai territori in cui opero, portando una scena, delle proposte e dei linguaggi che credo meritino spazio e che spesso, in quei contesti, non sempre riescono a trovare posto.
Programmare un locale significa confrontarsi continuamente con altri artisti, ascoltare proposte, scoprire nuovi linguaggi e misurarsi con sensibilità anche molto lontane dalla propria. Quanto questo scambio influenza il tuo modo di scrivere e comporre? Ti è mai capitato di incontrare un musicista o un progetto che ti abbia costretto a rimettere in discussione qualcosa del tuo approccio alla musica?
Ascoltare progetti diversi dal mio è sempre uno stimolo, anche quando non c’è un’influenza diretta sulla scrittura. Mi interessa incontrare modi differenti di intendere la musica, soprattutto quando mi portano fuori dalle mie abitudini. Non credo che ogni ascolto debba necessariamente trasformarsi in una canzone, ma il confronto allarga lo sguardo e può suggerire strade che da soli non avremmo considerato. Anche per questo mi piace che la mia musica possa accogliere contaminazioni senza perdere una propria identità.
Con oltre 400 concerti alle spalle e collaborazioni importanti, hai conosciuto il mondo musicale da molte prospettive. Quanto è cambiata la tua percezione della scena indipendente negli anni? Ti sembra che oggi ci sia ancora spazio per costruire percorsi artistici fuori dalle logiche più commerciali, oppure chi sceglie quella strada debba imparare a reinventarsi continuamente per resistere?
La scena indipendente continua a offrire possibilità, ma richiede una quantità di lavoro che spesso va ben oltre la musica. In questi anni mi sono sbattuto tanto, ho costruito un mio percorso, ho suonato molto e incontrato persone con cui sono nate collaborazioni importanti. Non penso che stare fuori dalle logiche più commerciali significhi rinunciare alle ambizioni, ma bisogna imparare a muoversi in un sistema complicato, in cui bisogna farsi un bel mazzo. E, quando serve, trovare nuove strade senza perdere di vista il motivo per cui si è cominciato.
“Panico Rock and Roll” sembra guardare senza troppa nostalgia a un immaginario che conosci bene, mettendone in luce tanto l’euforia quanto le contraddizioni. Se dovessi scrivere oggi una canzone sul ragazzo che eri quando hai cominciato a fare musica, cosa gli racconteresti? E c’è qualcosa di quel ragazzo che, nonostante tutto, hai ancora bisogno di portare con te ogni volta che sali su un palco?
Più che raccontargli qualcosa, gli ricorderei quello che è riuscito a costruire dal basso (e qui rischio l’autocelebrazione, ma pazienza). Quell’adolescente che passava le giornate ad ascoltare i dischi dei suoi gruppi preferiti si sarebbe ritrovato, anni dopo, a condividere un pezzo di strada con alcuni di quei musicisti che ammirava, a frequentarli, a dividere con loro palchi, serate, chiacchiere e bevute. Gli batterei il cinque, perché tante cose che oggi rischiano di sembrarmi normali, in realtà, hanno qualcosa di speciale. Gli direi di non dimenticarlo.
Cosa credo di aver conservato di quel giovane? La leggerezza, la disillusione e l’umiltà di chi sa di avere ancora tanto da imparare. Tante illusioni e parecchie cazzate, alla fine, lasciano il tempo che trovano. Le persone incontrate, le relazioni costruite e le esperienze vissute, invece, restano.





