Luciano D’Abbruzzo: essere figli significa…

L’avevo lasciato tra i boschi e i daini… ora so che vive nel cemento delle metropoli. Eppure il suo suono non è per niente cambiato e questo non significa stasi o mancanza di arte che pulsa. Significa che l’estetica, a mio modo di vedere, ha un peso marginale nel messaggio. La parola di Luciano D’Abbruzzo è sempre affilata e puntuale e poggia con grazia dentro un mondo musicale che, come dimostra l’apertura di questo disco, non da la schiena e l’ignoranza (ostentata come un certo modo di conservare radici), alla tecnologia. Di certo non c’è A.I. a dettare legge e mai ci sarà conoscendolo… ma quel suono digitale che un poco colora l’arte artigiana dei musici a corredo.

D'ABRUZZO Cover

“Padre” poi esce come conseguenza di un libro di poesie, “Madre”, e il tutto sembra affrontare l’immanenza del rapporto con l’altro, quando l’altro è casa o protezione… quanto meno anche l’amore entra in questo ricamo da protagonista ed impera qui la lirica scritta dal cantautore ciociaro sulle musiche di Fabrizio Foschini per un brano dal titolo L’amore dovrebbe andare” che in rete si arricchisce anche di un bel videoclip.

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Ho sempre pensato che un disco vada raccontato per le sue prestazioni estetiche, sul suono che inneggia a momenti storici precisi o a quel puntare dita sulla mancanza o meno di futurismi rivoluzionari. E invece qui è la sintesi che governa le cose: Luciano D’Abbruzzo non ha bisogno di fronzoli e di luci stroboscopiche. Una parola chiara, allegorie potenti (da buon poeta), melodie pulite.

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Che mondo sta accadendo attorno? Chi stiamo diventando? Forse siamo noi le macchine che l’intelligenza artificiale imparerà ad usare? Encomio agli artigiani analogici come lui… non per girar schiena al progresso ma per salvare l’umana intenzione che, anche se non sa far bene di conto, sa sicuramente come costruire emozioni. I poeti scrivono quel che sarà…

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