Il punto interessante di “Playground” sta nella distanza: trentasei anni separano il testo scritto da Frank Rizzi nel 1990 dalla sua forma pubblicata oggi. In mezzo c’è una vita, e forse è proprio questo scarto a dare senso all’operazione. La canzone non prova a cancellare l’età delle parole originarie, ma le rimette in circolo affidandole alla produzione dalle tinte soul di Giovanni Cardelio. E sono splendide le tracce analogiche di new wave che si respirano…

Il parco giochi del titolo funziona allora come luogo mentale prima ancora che fisico: uno spazio che dovrebbe appartenere all’infanzia e alla possibilità, ma che qui appare svuotato, autunnale, quasi arrivato alla fine di un ciclo. Rizzi lega quell’immagine alla necessità di andarsene, senza trasformare la partenza in un gesto rabbioso. C’è piuttosto la convinzione che cambiare idea, città, perfino paese, faccia parte del movimento naturale dell’identità.
È un passaggio soltanto, un disco forse in arrivo. Di sicuro il tempo buono per ripescare, rivedere, rileggere, ritrovarsi… scoprire nuove identità di se.





