Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato - Decalogo dell'Amore

Recensione: Emanuele Marchiori & Chiara Pomiato – “Decalogo dell’amore”

Decalogo dell’Amore non è un disco che chiede attenzione: la pretende con calma. Non alza la voce, non cerca il colpo di scena, non fa finta di essere giovane. Sta lì, come stanno certe conversazioni importanti, quelle che arrivano quando hai smesso di voler convincere qualcuno di qualcosa.

Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato firmano un debutto che debutto non sembra affatto. Si sente subito che queste canzoni non nascono da un’urgenza promozionale, ma da un tempo lungo, sedimentato. Ogni brano ha l’aria di essere stato lasciato decantare, ripreso, messo da parte e poi rimesso sul tavolo quando non faceva più rumore inutile. Il risultato è un disco che parla di amore senza romanticismi di maniera, ma anche senza cinismo: un equilibrio raro, soprattutto oggi.

L’album si muove per stanze. Non metaforiche: vere. Cucine, salotti, corridoi, treni. Luoghi che non fanno da sfondo, ma che determinano il tono delle canzoni. In Come si fa… amarsi ancora la domanda resta sospesa come la melodia: non esplode, non si risolve, e proprio per questo funziona. È una canzone che cammina in punta di piedi, costruita su arrangiamenti che sanno quando farsi da parte. Qui la musica non accompagna il testo: lo trattiene, gli impedisce di diventare slogan.

Il disco alterna momenti di intimità quasi trattenuta (TaciturniSenza te) a brani più obliqui e ironici come Gossip e Bombay, dove l’amore viene osservato dall’esterno, messo in posa, smontato senza cattiveria. È uno sguardo lucido, a tratti spietato, ma mai superiore: chi racconta sa di essere dentro la stessa scena che sta criticando. E questo salva tutto dalla morale.

Musicalmente Decalogo dell’Amore lavora di sottrazione. Gli arrangiamenti non cercano mai il climax facile: preferiscono restare in sospensione, lasciare spazio ai silenzi, ai non detti. In più punti è la musica a dire quello che il testo non esplicita — una scelta coerente con un disco che parla molto di ciò che resta sotto, di ciò che non si riesce a nominare senza rovinarlo.

La chiusura con Senza te è forse il momento più netto dell’album. Non c’è enfasi, non c’è dichiarazione: il lutto passa dagli oggetti, dagli spazi, da una casa che continua a esistere anche quando manca qualcuno. È una fine che non chiude, ma lascia in sospeso — come se l’ultimo gesto del disco fosse quello di fare un passo indietro.

Decalogo dell’Amore è un lavoro che non chiede di essere “capito”, ma abitato. Non è un disco che ti corre incontro: ti aspetta. E se decidi di restare, ti accorgi che non sta cercando di insegnarti nulla. Sta solo provando a salvare qualcosa — tempo, presenza, una lingua affettiva non ottimizzata — prima che vada perso del tutto.

Ed è forse per questo che, una volta finito, non viene voglia di commentarlo subito. Viene voglia di stare zitti un attimo.

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