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“solchi” dei Calanco: dieci canzoni senza vie di fuga

In “solchi” non c’è molta voglia di mettere ordine nelle cose. Rabbia, fragilità, dipendenza, desiderio e senso di colpa restano dove sono, spesso uno accanto all’altro, senza che i Calanco cerchino una morale o una soluzione. Il loro primo album parte proprio da questa instabilità e la porta avanti per dieci tracce, seguendo personaggi che tentano di andarsene, reagire, dimenticare o semplicemente resistere.

È un debutto che non sembra avere particolare interesse a presentarsi con il vestito buono. Ci sono spigoli, cambi di umore e passaggi volutamente irrisolti. Ed è anche da qui che emerge l’identità della band: dalle crepe, più che dalla ricerca di una forma perfettamente riconoscibile.

Il disco comincia con “sbaglio spesso”, titolo che mette subito le cose in chiaro.

Al centro c’è una dipendenza affettiva raccontata senza renderla romantica. Una relazione è finita, ma per chi rimane accettarlo sembra impossibile. Il pensiero torna continuamente nello stesso punto e lo spazio intorno si restringe. Musicalmente, però, il brano non resta sempre al buio: momenti più leggeri si alternano ad altri nervosi, creando un contrasto che rende il disagio meno prevedibile.

Con “bruges” si cambia città, ma non necessariamente condizione. Il viaggio sembra offrire una possibilità di fuga, salvo poi mostrare il suo limite: puoi spostarti quanto vuoi, ma certe cose salgono sull’aereo insieme a te. Bruges finisce così per diventare un altro luogo nel quale fare i conti con la solitudine.

È una delle idee che tornano più volte nel disco: l’altrove esiste sulla mappa, molto meno dentro di noi.

Anche “domenike” prova a costruire una via d’uscita, questa volta attraverso l’arroganza. Il brano corre, spinge e mostra i muscoli, ma sotto quella sicurezza ostentata resta qualcosa di fragile. Più il protagonista cerca di imporsi, più diventa evidente il bisogno di convincere prima di tutto se stesso.

In “caffè corretto” entrano invece in gioco rapporti più ambigui. Il protagonista cambia pelle a seconda di chi ha davanti, provoca e reagisce, mentre i confini tra vittima e colpevole diventano meno netti. Il sentimento rimane sullo sfondo di una relazione nella quale seduzione e controllo finiscono continuamente per confondersi.

Poi c’è “persei”, dove tornare a correre sembra l’unico modo per non fermarsi a pensare. Non importa molto verso dove. Conta il movimento. La tensione aumenta progressivamente fino a diventare quasi fisica ed è forse uno dei brani che raccontano meglio il modo in cui i Calanco intendono il rock: non come posa o appartenenza, ma come possibilità di scaricare ciò che non trova un’altra uscita.

Con “verme” non resta neppure quella. Il titolo è sgradevole quanto ciò che racconta: sentirsi piccoli, inadeguati, persino disgustati da se stessi. Non c’è grande ricerca di eleganza e probabilmente è proprio questo a rendere il pezzo credibile.

Più sottile è il veleno di “come fare non lo so”. Qui l’odio diventa un tentativo di spezzare il legame con chi ha fatto male, quasi fosse qualcosa da assumere per non sentire più. Ma non funziona. Le parole tornano, si ripetono, girano su se stesse come succede ai pensieri quando non riescono più ad andare avanti.

“adieu” sposta ancora il punto di osservazione e introduce il senso di colpa. Non c’è però la ricerca immediata di un’assoluzione. C’è piuttosto la consapevolezza che alcune conseguenze non possono essere cancellate e che chiedere scusa non significa necessariamente poter tornare indietro. È uno dei passaggi più lucidi del disco.

Dopo la materia inquieta di “rocciasangue”, la chiusura è affidata a “RnR serena”. Nessuna riconciliazione finale: restano il corpo, il desiderio, l’ossessione e i ruoli che ciascuno finisce per interpretare. Più che una conclusione, sembra l’ultima scena di qualcosa destinato a continuare anche dopo la fine della traccia.

“solchi” convince soprattutto quando lascia parlare le proprie contraddizioni. Non tutto viene risolto, alcuni passaggi preferiscono l’urto alla precisione e la superficie del disco rimane volutamente ruvida. Levigarla troppo, però, avrebbe significato togliere qualcosa alla sua natura.

Un solco, del resto, nasce quando qualcosa passa su una superficie e lascia un segno. I Calanco non provano a nasconderlo: costruiscono il loro debutto proprio lì dentro.