Dopo Cattedrali per principianti, i Varanasi proseguono il proprio percorso accentuandone gli aspetti più inquieti e introspettivi. Impermanenza è un album che trova nell’omonimo concetto buddhista il proprio asse teorico, ma che evita accuratamente la deriva didascalica tipica di molte opere concettuali contemporanee.
Il disco lavora piuttosto per suggestioni. Le canzoni si muovono lungo coordinate che uniscono post-punk atmosferico, shoegaze e psichedelia, costruendo un linguaggio coerente e riconoscibile.
L’impressione è quella di trovarsi davanti a una riflessione sulla fragilità dell’esistenza filtrata attraverso la cultura novecentesca. Mishima, la guerra, la memoria, il modernismo e la letteratura attraversano il lavoro come presenze silenziose.
Sul piano musicale emergono echi dei Chameleons, dei Ride e di certo dream pop britannico, ma il gruppo evita qualsiasi approccio derivativo. L’identità emerge soprattutto nella scrittura e nella costruzione delle atmosfere.
La title track introduce immediatamente il tema del mutamento. La tentazione di esistere rappresenta il cuore filosofico dell’opera, mentre La decomposizione dell’anima ne costituisce probabilmente il momento emotivamente più intenso.
Il risultato è un album maturo, stratificato e capace di sostenere ascolti ripetuti senza esaurire il proprio potenziale evocativo.








