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L’attesa, il tempo, le parole: «Giornate a Righe» è un esordio che sa aspettare

Dieci anni sono tanti per un disco. «Giornate a Righe», esordio di Giovanni Leo insieme al pianista Ilario Ferrari, è stato scritto nel 2014 ed esce solo adesso, dopo un lungo periodo in cui i due autori si sono ritrovati distanti — Ferrari nel frattempo si è trasferito a Londra, dove è diventato un punto di riferimento della scena jazz. Eppure il tempo, invece di logorarlo, sembra averlo messo a fuoco.

Le radici del progetto sono romane: Leo e Ferrari si sono conosciuti sui palchi rock della capitale e hanno lavorato a lungo insieme in uno studio alla Garbatella, arrangiando e producendo per la scena pop, rap ed elettronica cittadina. Da quella lunga frequentazione nasce un disco che vive di un incontro raro: la canzone d’autore di Leo, ironica e affezionata alla parola, e il pianoforte e gli archi di Ferrari, con l’Ondanueve String Quartet a costruire un tessuto che a tratti si apre al jazz e alla musica da camera.

È un crossover che non fa rumore per essere notato: lavora sui dettagli, sul sound design cinematografico curato da Leo — che di mestiere disegna il suono e insegna al Cine-TV — e soprattutto sulla parola. I testi passano con disinvoltura dalla Beat Generation a un omaggio a Paolo Conte, dalla vita da mediano di Oriali alle icone del cinema, tenendo insieme l’ironia e una malinconia di fondo.

Il momento più rivelatore arriva alla fine, con Mondi Capovolti, traccia crepuscolare sul confine tra sogno e realtà che Ferrari ha composto a soli diciannove anni e che già mostrava la sua mano nella scrittura per archi. Ma tutto il disco procede così, per piccole rivelazioni: un verso di Dante che chiude una canzone sul precariato in Orizzonti medi, un androide che si interroga sulla propria coscienza in AI-KO, un padre che guarda i passi leggeri di una figlia nella traccia più tenera del lotto.

I nove brani chiedono un ascolto disteso, di quelli che si facevano quando si metteva su un disco intero senza saltare avanti. Chi accetta il patto, e non pretende l’immediatezza, trova un lavoro sincero e costruito con cura, dove ogni scelta di suono ha una ragione precisa. Un esordio anomalo per storia e tempi, ma solido e maturo, firmato da due musicisti che si conoscono da una vita e hanno aspettato il momento giusto per metterci il nome insieme. La conferma che certe attese, per quanto lunghe, sanno ripagare.

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