
Il brano che apre l’EP si chiama “Soul in the Atmosphere”, e il titolo non mente. C’è un’atmosfera precisa già dalle prime battute: il basso si muove in uno spazio sonoro insolitamente ampio, quasi cinematografico, e stabilisce subito che questo non è un disco dove lo strumento fa da supporto. È il protagonista, l’unica voce. “Nomad” porta quella stessa libertà su un percorso più lungo e articolato: è il brano più esteso dei quattro, e usa ogni minuto per esplorare sfumature diverse senza mai diventare ridondante. Poi c’è “Marcus”, che è un’altra cosa ancora: veloce, solare, con uno slap che cita esplicitamente Marcus Miller e lo fa con rispetto e competenza. È il momento più tecnico del disco, quello in cui Marino si diverte di più, e si sente. “Forever Dream” chiude con una dolcezza quasi onirica, frequenze calde e una sensazione di tempo sospeso che contrasta perfettamente con l’energia della traccia precedente. Diciassette minuti senza un secondo di riempitivo. Non è poco.





