
Quattro. Tante sono le volte in cui il verso “sperdo tracce di me” torna, verso la fine del nuovo singolo di BaronNoir, prima che il brano si spenga del tutto. Non è stanchezza, è progressione: come un’eco che si allontana un po’ di più a ogni ripetizione, fino a farsi quasi impercettibile. L’arrangiamento si mantiene minimale per tutta la durata: due corde acustiche a tracciare il passo, con un paio di tocchi discreti di pianoforte a colorare i margini senza mai invadere lo spazio della voce. Quest’ultima si muove bassa, quasi bisbigliata, come chi racconta una storia a qualcuno seduto accanto. Il refrain centrale, che spinge a non aggrapparsi più a quanto si porta addosso, è il momento più intenso del pezzo: una formula che si ripete fino a diventare quasi un gesto di autoprotezione. Nella prima parte del testo emergono immagini fisiche, quasi violente: acque agitate, un vento improvviso, un senso di pericolo incombente. È da lì che parte il racconto del brano, come se il protagonista dovesse prima affrontare una tempesta esterna prima di poter affrontare quella, ben più difficile, interiore che lo attende nel finale. Il passaggio tra i due momenti non è segnato da un cambio di arrangiamento vistoso, ma da un progressivo abbassamento di volume e intensità, quasi impercettibile finché non lo si nota a posteriori. Qui la sottrazione conta più dell’accumulo, ed è proprio in questa scelta che il brano trova la propria identità più netta.
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