
Non tutti i brani del 2006 suonano come se potessero essere usciti ieri. “Pop-Shuffle” di Enrico Peppe, polistrumentista romano con una discografia sotterranea e densa, ci riesce senza apparente sforzo. Il merito è in parte del nastro magnetico, in parte del groove shuffle che costruisce l’intera architettura ritmica del pezzo, e in parte di un’idea compositiva che sa dove vuole andare. Viene in mente qualcosa della scena di Canterbury, quella capacità di Robert Wyatt di tenere insieme irregolarità ritmica e melodia vocale senza che l’una sopraffacesse l’altra. Peppe ci arriva per una strada diversa, tutta italiana e tutta sua, ma la sensazione di un tempo che scorre in modo leggermente obliquo è la stessa. I 163 bpm del brano, su un 4/4 con suddivisione irregolare, creano quell’effetto ondulatorio che non abbandona l’ascoltatore nemmeno dopo che il brano è finito. Il limite, se vogliamo trovarne uno, è nella saturazione totale del nastro: la scelta di non lasciare nessun vuoto sonoro produce un sound avvolgente, ma a tratti soffocante. C’è qualche passaggio in cui si vorrebbe un po’ più spazio tra i piani strumentali. Non è un difetto grave, ma è una scelta che ha un costo. Peppe ha costruito la sua carriera da solo, suonando tutto e registrando tutto, dal quattro piste Tascam degli anni ’80 fino alle 24 piste digitali di oggi. “Pop-Shuffle” è un capitolo di quel percorso lungo e ostinato, e vale la pena averlo finalmente su streaming. Chi non lo conosceva ha trovato un buon punto d’ingresso.





