Una canzone scritta durante il primo lockdown, rimasta nel cassetto per anni e cresciuta insieme alla sua autrice. “Parco Immagine”, il nuovo singolo di Jude Menegardi, nasce in un periodo in cui la quotidianità aveva improvvisamente cambiato ritmo, lasciando spazio a domande e riflessioni spesso messe da parte.
Il brano si muove tra sonorità indie pop, chitarre ariose e sintetizzatori, accompagnando un testo che affronta il cambiamento personale, le fragilità e la ricerca di un nuovo equilibrio. Al centro c’è la consapevolezza che nulla rimane immutato e che anche le esperienze più difficili possono diventare occasioni per conoscersi meglio.
A ispirare la scrittura sono stati momenti apparentemente ordinari, come un allenamento nel cortile di casa, ma anche la lettura del saggio “Non solo di cose d’amore” di Pietro Del Soldà. Da queste esperienze è nato un brano che, attraverso successive trasformazioni, ha trovato soltanto oggi la sua forma definitiva.
Nell’intervista a Diffusioni Musicali, Jude Menegardi ripercorre la nascita di “Parco Immagine”, racconta il rapporto con la persona che era allora e spiega perché abbia scelto di aspettare prima di pubblicare una canzone che rivela un lato di sé finora conosciuto da pochi.
“Parco Immagine” nasce durante il primo lockdown. Ricordi il momento preciso in cui hai iniziato a scriverla?
Ho iniziato a scriverla a seguito di un allenamento casalingo, ero scesa nel cortile di casa e mi ero messa a fare affondi, squat e i burpee. Era una bellissima giornata di sole e quell’allenamento mi aveva distrutta fisicamente ma dato un piacere e una soddisfazione immensa e da qui “la felicità da felicità e non mi sento più le gambe. E il piacere il dolore sono verità e le mie mani non sono più stanche“. Poi in quel periodo stavo leggendo il saggio di Pietro Del Soldà “Non solo di cose d’amore” che mi ha permesso di mettermi in relazione con me stessa e fare le riflessioni che nel brano si possono sentire “io sono la scena sempre nuova: muoio e nasco, a ogni passo, e non sono mai lo stesso”. Perché in fondo “tutto in lui muta di continuo: ossa, capelli, carne e sangue ma anche <<i modi di fare, le abitudini, le opinioni, i desideri, i piaceri, i dolori, le paure>>”. “Parco Immagine” è proprio un invito a fermarsi e ascoltarsi.
Hai raccontato che proprio fermandoti hai cominciato ad ascoltarti davvero. Prima di allora cosa faceva troppo rumore per permetterti di farlo?
La frenesia delle mie giornate, il riempire ogni istante per non pensare, essere in un costante movimento fisico di attività per crollare stanca morta e non dare spazio all’emozioni più fragili di emergere. Fermarmi è stata una ventata fresca nelle vele che da lì a poco mi avrebbero spianato la via.
La canzone arriva al pubblico diversi anni dopo la sua nascita. Perché hai sentito che questo era il momento giusto per pubblicarla?
Era il momento giusto perché è maturata nel tempo ha avuto delle evoluzioni pure lei come noi tutti e finalmente ero pronta a presentare alla mia ciurma Giulia, un lato di Jude che prima di ora è sempre stato nascosto o comunque mostrato a pochi.
Riprendere oggi un brano nato in un periodo così particolare significa anche incontrare la persona che eri allora. Ti sei riconosciuta in quella Jude?
Si, certo. O meglio me ne sono ricordata. Nella canzone si parla di divenire, di trasformazione, di evoluzione e perciò di “scena sempre nuova”. Come un fiume che scorre e scava nel suo letto “a ogni passo non sono la stessa”.
Se “Parco Immagine” fosse uscita subito dopo essere stata scritta, sarebbe stata la stessa canzone?
Il significato sarebbe rimasto lo stesso, non avrebbe avuto però lo stesso impatto, leggerezza e forza d’espressione che ha acquisito nel tempo e che manifesta ora.





