In questa conversazione con Diffusioni Musicali, la cantautrice veronese riflette sul legame con le proprie radici territoriali e artistiche, sul significato profondo della scrittura come necessità e sull’accettazione della propria storia passata. Guidata da tre parole chiave — energia, vibrazione, libertà —, Elena esplora il senso del suo percorso tra synth, ricerca interiore e il rifiuto di etichette definitive.
Tra studio accademico e libera espressione cantautorale, qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la musica non sarebbe stata solo una passione, ma la tua strada inevitabile?
Non credo ci sia stato un unico momento in cui ho capito che la musica sarebbe stata la mia strada. È stata piuttosto una consapevolezza cresciuta dentro di me nel tempo. La formazione accademica mi ha insegnato a conoscere la musica, a studiarla e a rispettarla; a un certo punto, però, ho sentito il bisogno di andare oltre l’interpretazione e di trovare uno spazio in cui potessi raccontare qualcosa di mio.
Credo che la svolta sia arrivata quando ho iniziato a scrivere, perché lì la musica ha smesso di essere soltanto qualcosa da eseguire ed è diventata un modo per dare forma a pensieri, emozioni e domande che spesso non riuscivo a esprimere in altro modo.
Mi sono resa conto che non volevo soltanto cantare bene una canzone: volevo capire cosa avessi da dire attraverso di essa. Volevo che la mia voce non fosse soltanto uno strumento musicale, ma diventasse il mezzo per raccontare la persona che sono, con le mie fragilità, le mie contraddizioni e la mia sensibilità.
Da quel momento ho iniziato a sentire la musica non semplicemente come una passione, ma come una necessità espressiva. Non significa che il percorso sia sempre stato semplice o che io abbia avuto tutte le certezze, ma che, anche nei momenti di dubbio, continuavo a tornare lì.
Oggi penso che la mia strada non fosse necessariamente già scritta: sono stata io a costruirla, passo dopo passo, attraverso lo studio, la ricerca e il coraggio di mettermi in gioco. Ed è questo che continuo a fare con ELETTRICA: cercare un linguaggio che mi rappresenti sempre di più, senza smettere di scoprire chi sono.
Le radici contano sempre: che rapporto hai con la scena e l’ambiente musicale del tuo territorio? Senti l’appartenenza a una comunità artistica o preferisci muoverti su una rotta più solitaria e indipendente?
Sono legata alle mie radici e credo che il territorio in cui cresci lasci sempre qualcosa dentro di te, anche quando non è immediatamente riconoscibile nella musica che fai. Io sono veronese, ho costruito qui una parte importante del mio percorso e porto con me le esperienze, gli incontri e le opportunità che mi hanno aiutata a crescere artisticamente.
Penso che avere una comunità musicale intorno sia importante, perché il confronto con altri artisti può arricchirti, aprirti nuove prospettive e farti sentire parte di qualcosa. Allo stesso tempo, credo che ogni artista abbia bisogno di uno spazio personale in cui sperimentare, sbagliare e trovare la propria direzione, senza sentirsi obbligato a seguire un percorso prestabilito.
Non mi definirei un’artista solitaria, ma nemmeno vorrei che la mia identità fosse delimitata da un’appartenenza geografica o da una scena precisa. Mi piace l’idea di partire dalle mie radici e poi lasciare che la musica mi porti altrove, attraverso collaborazioni, incontri e nuove influenze.
Con ELETTRICA ho cercato proprio di costruire un mondo sonoro e narrativo personale, che possa parlare a persone diverse, indipendentemente da dove vivano o da quale ambiente provengano.
In fondo, credo che le radici servano a darti una direzione, non a stabilire fino a dove puoi arrivare. E per me la cosa più bella è poter portare con me ciò da cui vengo, continuando però a evolvermi e a scoprire nuovi orizzonti.
Se dovessi racchiudere l’essenza e l’atmosfera del tuo nuovo singolo in tre sole parole chiave, quali sarebbero?
Energia, vibrazione, libertà.
Energia, perché Elettrica ha una forza che attraversa la musica e dà impulso al brano.
Vibrazione, perché racconta quella sensazione che ti attraversa, ti scuote e ti fa sentire qualcosa sulla pelle, ancora prima di riuscire a spiegarlo a parole.
Libertà, perché per me essere elettrici significa anche lasciarsi andare, uscire dagli schemi e avere il coraggio di esprimere la propria identità senza cercare di essere qualcun altro.
Sono tre parole che racchiudono ciò che vorrei arrivasse a chi ascolta: non soltanto il ritmo e l’energia della canzone, ma anche la sensazione di sentirsi vivi e liberi di essere se stessi.
C’è un verso specifico del nuovo brano a cui senti di essere legata in modo viscerale, che fotografa alla perfezione ciò che provavi mentre lo scrivevi?
Il verso a cui mi sento particolarmente legata è «Niente è sbagliato, niente è perfetto», perché racchiude un pensiero in cui mi riconosco profondamente. Spesso siamo abituati a giudicare tutto, comprese le nostre emozioni, come se dovessimo sempre stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa funzioni e cosa invece debba essere cambiato.
Io credo che ci sia una bellezza anche nelle imperfezioni, nelle contraddizioni e in quei momenti in cui perdiamo il controllo delle cose. Non dobbiamo necessariamente avere tutto sotto controllo o corrispondere a un ideale di perfezione per sentirci bene con noi stessi.
In qualche modo, questo verso rappresenta anche lo spirito di Elettrica: lasciarsi attraversare dalla vita, accettare ciò che siamo e vivere le emozioni senza doverle sempre catalogare o giustificare.
Mentre lo scrivevo, volevo trasmettere proprio questa sensazione di libertà: non dover dimostrare niente, non cercare sempre una spiegazione, ma concedersi il diritto di essere semplicemente umani. Perché a volte è proprio quando smettiamo di rincorrere la perfezione che riusciamo a sentirci davvero vivi.
Ti capita mai di riascoltare i tuoi primi brani o le composizioni degli esordi? Che effetto ti fa riascoltare l’Elena di qualche tempo fa?
Sì, ogni tanto mi capita, e devo dire che è un’esperienza particolare, perché riascoltare le proprie canzoni significa anche ritrovare una parte di sé che magari nel frattempo è cambiata. A volte mi sorprendo nel riconoscere emozioni che sono ancora le stesse, altre volte mi accorgo di quanto sia cambiato il mio modo di scrivere, di interpretare e persino di guardare certe situazioni. In una canzone rimane impressa la persona che eri nel momento in cui l’hai scritta, con le sue convinzioni, le sue fragilità e il suo modo di leggere il mondo.
Non ascolto quei brani con il desiderio di correggere il passato o di giudicare l’Elena di allora. Cerco piuttosto di guardarla con tenerezza, perché ogni fase mi ha portata fin qui. Anche le esperienze che oggi affronterei diversamente hanno avuto un significato nel mio percorso.
Credo che crescere artisticamente significhi anche imparare ad accettare le proprie trasformazioni, senza vergognarsi di ciò che si era. Se oggi scrivo e canto in modo diverso, è anche grazie a quella ragazza che ha iniziato prima di avere tutte le risposte.
In questo senso, ELETTRICA rappresenta una fotografia del mio presente, ma dentro ci sono anche tutte le versioni precedenti di me. Non le rinnego: fanno parte della stessa storia, e quella storia è ancora in evoluzione.
Guardando in avanti, dove senti che ti sta conducendo questo viaggio tra synth, melodia e introspezione?
Sento che questo viaggio mi sta conducendo verso una maggiore libertà artistica, verso la possibilità di sperimentare senza perdere ciò che mi rende riconoscibile. I synth, le melodie pop e la dimensione introspettiva sono strumenti diversi attraverso cui riesco a raccontare parti di me, ma non voglio che diventino confini entro cui restare.
Con ELETTRICA ho capito ancora di più quanto mi interessi mettere in dialogo mondi apparentemente distanti: l’energia e la fragilità, l’immediatezza di un ritornello e la profondità di una domanda, la voglia di far muovere le persone e quella di farle fermare un istante ad ascoltarsi.
In futuro vorrei continuare a esplorare queste possibilità, anche sorprendendo chi mi segue. Non sento il bisogno di avere già definita la mia prossima direzione, perché credo che la musica debba lasciare spazio alla trasformazione. Le esperienze cambiano, noi cambiamo, e trovo bello che anche le canzoni possano evolversi insieme a noi.
Se c’è una direzione che sento davvero mia, è quella di una musica che riesca a essere contemporanea senza perdere l’anima, che sappia emozionare senza dover spiegare tutto e che lasci a chi ascolta la libertà di trovare il proprio significato.
In fondo, non voglio arrivare a una definizione definitiva di chi sono come artista. Voglio continuare a scoprirlo attraverso le canzoni. Perché per me il viaggio più interessante non è trovare una formula che funzioni, ma riuscire ogni volta a raccontare qualcosa di vero.










