“Tre minuti, forse meno”: così parte Illusione, il singolo dei P.Q.M., e il conto alla rovescia ritorna nel ritornello, che prende in prestito il titolo del romanzo da cui la band è uscita, Tre minuti alla fine del mondo di Antonio Sarullo. È un punk veloce, con un testo che se la prende con i sogni fabbricati in serie e le facce illuminate dagli schermi, e che a un certo punto chiede soltanto di sapere se è tutto falso o tutto vero.
Nel libro i P.Q.M. sono tre amici che da ragazzi suonavano insieme e ritrovano il palco quando una loro vecchia canzone diventa virale. La canzone è questa. Sarullo ne ha scritto il testo e poi l’ha resa ascoltabile con Suno, un software di intelligenza artificiale, senza nasconderlo. Siamo partiti dal titolo e dai versi per arrivare a quello che il romanzo racconta e la canzone no.

Partiamo dal titolo: perché proprio Illusione?
Perché contiene il desiderio di credere e, contemporaneamente, il dubbio di essersi raccontati una bugia. I protagonisti ricevono una possibilità straordinaria, ma devono fare i conti con quello che sono diventati. Possono davvero tornare quelli di prima? E lo vogliono ancora? Questa parola attraversa tutta la storia e riguarda anche l’immagine che ciascuno continua ad avere di sé, mentre la vita e le scelte raccontano qualcosa di diverso.
“Promesse appese sopra a un cielo nero / dimmi che è falso, dimmi che è vero”. Da dove arriva questo verso, e cosa dice dei P.Q.M.?
Esprime il bisogno di credere in qualcosa anche quando è difficile fidarsi. Le promesse restano appese, mentre il cielo non offre rassicurazioni. Nei P.Q.M. convivono sfrontatezza e fragilità: possono provocare, ridere di tutto e un momento dopo chiedersi se quello che stanno vivendo abbia davvero un senso. Quel “dimmi” lascia uscire il bisogno di una risposta, dietro l’atteggiamento di chi sembra averle già tutte.
Perché hai scelto il punk per la band del romanzo, e non un altro genere?
Perché è un mondo che conosco dall’interno. Per me ha significato suonare, autoprodurre, avere un’etichetta, fare una fanzine e militare nei collettivi. Conosco anche le discussioni sulla coerenza e i compromessi. Attraverso i P.Q.M. potevo raccontare cosa succede quando cresci e non credi più alle stesse cose, anche se continui a parlare la stessa lingua e ad ascoltare la stessa musica. Il successo rende questa distanza impossibile da ignorare.
Antonio alla voce e alla chitarra, Giovanni al basso, Riccardo alla batteria. Il frontman porta il tuo nome: coincidenza o autoritratto?
La vicinanza è evidente: il nome, la chitarra, il canto e un certo retroterra. Ma il personaggio ha una vita propria. Scrivere mi permette di prendere qualcosa che conosco e trasformarlo, portandolo anche molto lontano dalla mia esperienza. Chi legge può divertirsi a cercare le somiglianze, purché non consideri ogni episodio del romanzo un fatto accaduto a me.
L’AI per te è stata uno strumento creativo. Come hai lavorato, in pratica, per arrivare al suono che avevi in testa?
Sono partito dal testo e dall’identità dei P.Q.M., utilizzando Suno per la realizzazione musicale e vocale. Il riferimento era il mondo della band: il risultato doveva avere un’energia che potessi associare ai personaggi. La mia esperienza musicale entra nell’ascolto e nella valutazione, mentre la generazione sonora è affidata al software. La scelta finale riguarda anche questo: capire quale risultato abbia senso dentro la storia che sto raccontando.
Chi scopre prima la canzone e poi arriva al libro, cosa troverà nelle pagine che la canzone non racconta?
Troverà la vita dei tre amici: la confidenza, le battute, i momenti in cui si sostengono e quelli in cui si fanno impazzire a vicenda. Poi ci sono il passato, il dolore e gli eccessi. L’amicizia è sempre stata lì, anche negli anni senza successo. Il romanzo mostra quanto siano cambiati questi uomini e cosa accada quando tornano a indossare un’identità nella quale, forse, non si riconoscono più fino in fondo.









