SIGISMONDI

Luca Sigismondi, imparare a guardare il mondo senza fretta

Con “Reimparare ad amare”, Luca Sigismondi inaugura un nuovo capitolo del proprio percorso musicale, anticipando l’album “Tutto il mondo com’è”, in uscita all’inizio del 2027. Un progetto nato da una scrittura maturata nel tempo e dalla volontà di ritrovare un rapporto più diretto con le parole, attraverso il cantautorato italiano e una ricerca sonora che continua a mettere al centro gli strumenti suonati. Il primo singolo si sviluppa senza fretta, lasciando che il fingerpicking iniziale si apra progressivamente a nuove sonorità, fino a un finale strumentale più libero e coinvolgente.

Registrato con musicisti come Piero Perelli e Roberto Villa negli spazi de L’Amor Mio Non Muore, il brano riflette anche l’importanza della condivisione e della contaminazione nel processo creativo. Il passaggio alla lingua italiana, iniziato nel 2021, diventa così parte di un percorso di riscoperta personale e musicale, che attraversa le influenze del passato senza rinunciare alla curiosità e alla sperimentazione. Abbiamo parlato con Luca Sigismondi della libertà di scrivere senza inseguire gli algoritmi, del tempo necessario per dare forma a un disco e di un lavoro che invita a osservare la realtà per quella che è, riscoprendo il valore delle relazioni, dei sentimenti e delle cose essenziali.

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“Reimparare ad amare” dura oltre cinque minuti, una scelta piuttosto distante dalla logica del singolo contemporaneo. Quanto è stato importante, per te, non comprimere il brano per renderlo più immediato?

Sinceramente non sono molto inressato alle logiche dei singoli contemporanei. Sono cresciuto ascoltando canzoni che non tenevano conto della durata, ma che avevano uno sviluppo naturale dando sfogo alla creatività ed alla musica. Quando ho scelto “Reimparare ad amare” come primo singolo non ho pensato a classifiche o algoritmi. Volevo una canzone che rappresentasse il mio mondo e la mia poetica. I brani hanno bisogno di respirare, di dare spazio anche alla musica e di avere uno percorso di sviluppo che deve essere rispettato.

Nel brano c’è una chitarra fingerpicking molto presente, ma anche un finale che apre maggiormente il suono. Avevi già in mente questa evoluzione quando hai scritto il pezzo oppure è nata durante gli arrangiamenti?

È un evoluzione nata già in fase di scrittura del brano. In generale, trovo molto affascinante l’idea di creare una stratificazione musicale per creare e variare atmosfera e far crescere un brano. Anche in altri pezzi, che comporranno il disco in uscita ad inizio 2027, è stata da subito chiara la scelta di creare tensione tramite l’aggiunta e la sottrazione di strumenti. Per “Reimparare ad amare” volevo un arrangiamento che crescesse nelle varie parti, partendo con il tema di chitarra fingerpicking a cui dovevano aggiungersi man mano altre voci e strumenti. L’obiettivo era di lasciare le parole ed il messaggio in primo piano e poi far uscire pian piano la musica chiudendo in uno strumentale finale come si fosse in un grande falò notturno in spiaggia per ballare al ritmo delle onde fino al mattino.

Hai scelto di registrare con musicisti come Piero Perelli e in un contesto come L’Amor Mio Non Muore. Quanto cambia una canzone quando smette di essere qualcosa che hai costruito da solo e comincia a reagire alle personalità di chi la suona?

Cambia tanto ed è un bene che sia così. Viviamo in un momento storico in cui si può fare musica da soli dentro una cameretta e se vuoi ci puoi registrare anche un disco. Così viene meno quella contaminazione che ha fatto grandi i dischi del passato. Purtroppo ormai è impossibile, soprattutto per progetti indipendenti, restare chiusi in studio per un mese con la band per rivedere, perfezionare e farsi influenzare a vicenda. Però la scelta di registrare in un posto magico come L’Amor Mio Non Muore, prendendosi il tempo dovuto, lasciando respirare il tutto, credo sia stato molto adatto al mio modo di intendere la musica. In ogni caso ci vuole molta consapevolezza. C’è sempre il rischio che una forte personalità porti il brano o i brani in una direzione diversa da quello che si vuole. Fortunatamente la scelta di musicisti eccezionali come Piero e Roberto Villa, che ha curato anche la produzione artistica del disco, ha reso tutto più facile. Ci siamo intesi sin da subito e le sessioni in trio sono venute fuori in maniera molto sintonica e naturale.

“Tutto il mondo com’è” arriva dopo diversi anni in cui hai accumulato materiale in italiano. C’è qualcosa che hai dovuto imparare a togliere dalla tua scrittura per arrivare alla forma che ha oggi questo disco?

“Tutto il mondo com’è” arriva alla fine di un percorso lungo. Da subito l’idea era quella di lavorare su un disco e di non farsi prendere dalle logiche del “tutto e subito” dello streaming moderno dove si pensa più a pubblicare singoli che ad una coerenza di fondo del progetto. Poi io sono un pò un diesel; ho iniziato a scrivere il disco nel 2021 e mi sono voluto prendere il tempo necessario per affrontare un percorso di riflessione personale così da capire che quel bisogno di nascondermi non c’era più. Ripensare tutto in italiano, ha necessitato uno studio dietro, andando a riprendere e riascoltare autori della tradizione cantautoriale italiana che avevo sempre ascoltato, ma un pò accantonato a favore di altri ascolti. Credo che l’italiano abbia una struttura grammaticale più complessa e parole più lunghe, che richiedono una maggiore cura nel far coincidere gli accenti delle parole con quelli della musica. La cosa più interessante è che molte volte si sono creati degli incastri che mi hanno portato a modificare l’idea iniziale di melodia creando qualcosa di inaspettato. Il risultato credo sia stato di aver mantenuto una certa “semplicità” senza risultare prevedibile.

Il titolo “Tutto il mondo com’è” sembra quasi suggerire un atteggiamento di osservazione, più che il tentativo di aggiustare o reinterpretare la realtà. Quanto questa idea attraversa i brani dell’album?

Il titolo effettivamente racchiude la visione dell’album, cioè il tentativo di osservare il mondo com’è, con occhi lucidi e sinceri. Il disco è un invito a guardare la vita così com’è, ad accoglierla godendosi il viaggio, senza la fretta di chi corre come se “avesse il mondo da salvare”, riconoscendo l’autenticità di ciò che conta davvero: i sentimenti, gli attimi e le domande importanti che rivolgiamo a noi stessi e a chi ci vive accanto. Le dieci tracce del disco parlano di relazioni, di paure e di speranza, del tempo del lutto e della morte, di rinascita e di amore, l’amore familiare e l’amore fisico, di leggerezza e resilienza. È una riflessione sulle priorità, sui rimpianti e sulle cose importanti da dire, ma anche sulle relazioni che ci definiscono e ci accompagnano: gli incontri, le persone amate, chi ci ha segnato e chi continua a guidarci.

Nel tuo percorso hai attraversato alternative rock, hard funk, indie-folk e ora una forma di cantautorato più esplicitamente italiano. C’è un elemento musicale che, nonostante tutti questi cambiamenti, senti di aver portato con te dall’inizio e che oggi riconosci ancora nella tua musica?

Cambiare ed evolversi credo sia insito nell’animo umano. Io sono una persona molto curiosa ed ho sempre lasciato spazio all’esplorazione, appassionandomi a generi diversi e scrivendo in lingue diverse. Quello che mi sono sempre portato dietro però è la passione per la ricerca sonora, per le chitarre e per gli strumenti suonati. Inoltre credo di essere tornato dove tutto è inziato, ai cantautori italiani e folk che ascoltavo assieme ai miei genitori; la cosa che mi sono portato dietro più di tutto è tutta quella serie di ascolti fatti quasi inconsciamente da bambino e che tutt’ora influenzano la mia musica.

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