Dal 26 giugno 2026 è disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica “The Dobler-Dahmer Theory”, il nuovo singolo di Mario Iannuzziello feat. Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez per Alfamusic.
“The Dobler-Dahmer Theory” feat. Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez è una composizione originale caratterizzata da un sound modern-mainstream con forti e raffinati riferimenti all’estetica del latin jazz. Il brano si sviluppa su una texture dinamica che mette in risalto un dialogo costante all’interno del trio, citando apertamente il vocabolario pianistico di Ahmad Jamal e le geometrie sonore del trio di Danny Grissett. L’ispirazione tematica affonda invece le proprie radici in un celebre episodio della serie tv How I Met Your Mother, conferendo alla traccia un carattere brillante e una narrativa vivace: la perfetta sintesi tra estemporaneità improvvisativa e accessibilità melodica.
Conosciamo meglio l’artista!
Quando e come ti sei avvicinato alla musica e soprattutto quando hai capito che era la tua strada?
Mi sono avvicinato alla musica durante l’infanzia, quando mio zio paterno mi ha avviato alla scoperta del pianoforte. Solo successivamente ho scoperto la chitarra classica e, poi, durante la prima adolescenza, il basso elettrico e il contrabbasso. Per molto tempo ho vissuto la musica, e in particolare il jazz, come un momento di scoperta, senza la presunzione di eccellere o di comunicare qualcosa attraverso di essa. Dopo i diciannove anni, però, ho sentito la necessità di suonare questa musica non solo per la gioia di condividere il palco con altri musicisti, ma per la necessità di dire qualcosa. È stato in quel momento che ho preso atto di non avere ancora gli strumenti tecnici per esprimermi al meglio, e ho sentito l’esigenza di formarmi, ascoltare, studiare, mettermi alla prova. È stato un momento che mi ricorda quello raccontato da Proust in Dalla parte di Swann, quando il narratore bambino colpisce con una bacchetta i fiori di biancospino, sopraffatto dalla loro bellezza, incapace però di afferrarla e tradurla in parole. Per me ha significato capire che sarei dovuto diventare un musicista, rispondendo a quella stessa necessità di esprimermi attraverso un linguaggio. Da quel momento ho cercato di mettermi in pari con il bagaglio tecnico dei musicisti che ho sempre ammirato, per poter dialogare liberamente con loro. E in questo il jazz mi ha offerto una libertà e un’ampiezza di vedute che difficilmente avrei trovato altrove.
Raccontaci del tuo singolo “The Dobler-Dahmer Theory”
Il titolo viene dall’ottava stagione di How I Met Your Mother. Ted Mosby teorizza che un gesto romantico estremo è Dobler se la persona che lo riceve nutre un interesse (il riferimento è a Lloyd Dobler di Say Anything), oppure Dahmer, cioè inquietante alla pari di un serial killer, se la persona non lo è. Lo stesso identico gesto può ricevere un giudizio opposto a seconda di chi lo accoglie. È stata proprio questa riflessione, un po’ ironica, a portarmi a scrivere il tema. L’ho però lasciato inutilizzato per anni, finché non l’ho ritenuto calzante per questo nuovo progetto in trio e per i musicisti che ho coinvolto, Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez. Suonare questo brano è sempre divertente, nonostante una scrittura irregolare, e mette il trio nella condizione di trovare ogni volta nuove soluzioni esplorative.
Quali sono le influenze musicali che hai avuto nella tua carriera e con quale artista sogni di poter collaborare?
Non ho un nome preciso in mente quando si parla di un artista con cui collaborare, anche se ci sono molti musicisti il cui lavoro risuona con le mie inclinazioni e il mio gusto. La collaborazione, però, non è mai una scelta univoca, né un desiderio che si esaurisce in se stesso, è una scelta reciproca. Tra le mie influenze principali ci sono Eddie Gomez, Danny Grissett, Linda May Han Oh, Mark Turner, Tom Harrell. Di Gomez ammiro la capacità di rendere il contrabbasso uno strumento melodico su tutti i registri, senza perdere mai una funzione di sostegno armonico. Di Danny Grissett apprezzo l’eleganza con cui costruisce materiale solistico, mantenendo una grande lucidità anche nei passaggi più densi. Linda May Han Oh mi ha insegnato che si può essere estremamente moderni nel linguaggio senza rinunciare a una scrittura solida e riconoscibile. Mark Turner e Tom Harrell, infine, restano per me due esempi di come il lirismo possa convivere con la sperimentazione ed una ricerca armonica avanguardistica.
A quale target di ascoltatori ti riferisci e che messaggio vuoi mandare con il tuo singolo e in generale con il tuo lavoro?
Per quanto ci si stia sempre più abituando, mi rifiuto di pensare in termini di target, la creazione in senso ampio non necessita di essere supportata da un’indagine di mercato o affini. La mia musica si rivolge a tutti gli ascoltatori, non solo agli appassionati storici del jazz. Cerco di comunicare in modo universale attraverso il dinamismo e lo sviluppo melodico, pur confrontandosi con un linguaggio idiomatico strettamente jazzistico ed in dialogo con la tradizione. Questo non significa che i miei dischi siano preclusi a chi ama la classica, il blues, il pop o altri generi. Rifiuto anche l’idea che un artista debba necessariamente dare un messaggio, o farsi tramite di qualcosa. La musica, come l’arte in generale, è forma. L’arte è fine a se stessa, senza dover essere riconducibile a un tema, a un’idea, o in certi casi a una presa di posizione su qualcosa: questo, semplicemente, non mi interessa.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Mi piacerebbe proseguire sul filone del dialogo tra la classica cameristica e il jazz contemporaneo, dando spazio anche a nuovi progetti con formazioni più piccole. Tra questi c’è l’album The Town Does Not Exist, in uscita questo autunno, di cui The Dobler-Dahmer Theory è parte. Dopo una lunga fase di sperimentazione e i relativi lavori discografici, mi piacerebbe ribadire le mie origini di musicista legato indissolubilmente alla tradizione del mainstream jazz e della canzone americana. Mi prendo però la libertà di lavorare sulla scrittura, sugli arrangiamenti e sul flusso improvvisativo da musicista contemporaneo, più che da semplice emulo della tradizione. A questo aggiungo il mio crescente impegno nella didattica e nella divulgazione, che mi piacerebbe ampliare con nuove pubblicazioni nel campo della saggistica e della metodologia.








