Il nuovo lavoro di Roberto Montisano non prova a riempire lo spazio: lo lascia respirare. E proprio in quel vuoto controllato prende forma un disco che sembra più interessato a ciò che resta dopo, piuttosto che a ciò che accade mentre lo si ascolta.
Respirare la polvere si muove in una dimensione minima, quasi trattenuta. Non c’è mai un vero slancio, nessuna ricerca di climax: ogni brano sembra fermarsi un attimo prima di esplodere, scegliendo invece la via della sottrazione. In questo senso, il disco si avvicina a certo cantautorato indie italiano degli anni 2010 — quello più intimo e laterale — ma evita sia il romanticismo facile sia l’autocompiacimento.
Il suono segue la stessa logica. Le chitarre restano centrali, ma senza mai imporsi davvero: più che guidare, accompagnano. Ci sono echi di dream-pop e una delicatezza che ricorda alcune cose dei Daughter, ma filtrate attraverso una sensibilità più asciutta, meno atmosferica e più concreta. In certi passaggi, invece, emerge una scrittura che può richiamare la dimensione quotidiana e sospesa di Calcutta, anche se Montisano resta sempre più defilato, meno immediato, più interessato ai margini che al centro.
Quello che colpisce è la coerenza. Non ci sono momenti che cercano di uscire dal seminato o di inseguire qualcosa di più accessibile: tutto resta dentro un perimetro preciso. Una scelta che da un lato dà identità al disco, dall’altro lo espone al rischio di una certa uniformità emotiva. Ma è un rischio consapevole.
Respirare la polvere non è un disco che punta a essere ricordato per un singolo momento o per un ritornello. Funziona piuttosto come un ambiente: uno spazio in cui stare, più che qualcosa da afferrare. E in questo senso, i suoi riferimenti non sono mai citazioni esplicite, ma traiettorie: linee sottili che attraversano l’indie e il cantautorato senza mai diventare appoggi evidenti.
Più che raccontare qualcosa, sembra voler restare accanto a un sentimento. E in un contesto che premia l’impatto immediato, questa scelta — fragile, coerente, e ostinatamente sottovoce — finisce per essere la sua forma più riconoscibile.








