
Con “Mi siederò qui”, Marco Sciorio racconta una sensazione delicata e universale: la nostalgia che nasce mentre si sta ancora vivendo la giovinezza. Il brano si muove tra introspezione e consapevolezza, osservando quel momento della vita in cui sogni, cambiamenti e incertezze convivono.
La canzone diventa così una pausa simbolica, un invito a fermarsi e guardare con lucidità ciò che si sta attraversando prima che diventi ricordo. In questa intervista Marco Sciorio racconta come nasce il brano, il rapporto tra tempo e scrittura e il bisogno di trasformare esperienze e domande personali in musica.
Nel brano parli di una nostalgia che nasce mentre si sta ancora vivendo la giovinezza: cosa significa per te questa sensazione?
È una sensazione strana, quasi paradossale. È come rendersi conto che stai vivendo qualcosa di importante mentre sta già passando. La giovinezza è piena di possibilità, di sogni, di cambiamenti continui, ma proprio per questo è anche fragile. A volte senti già la nostalgia di questo periodo mentre lo stai attraversando, perché sai che è una fase che non tornerà nello stesso modo.
Quanto il tempo che passa influenza la tua scrittura?
Molto. Il tempo cambia il modo in cui guardi le cose e quindi cambia anche quello che scrivi. Alcune emozioni riesci a capirle solo dopo averle attraversate, altre invece nascono proprio nel momento in cui le stai vivendo. La scrittura per me è spesso un modo per fermare questi momenti, per provare a capire cosa stanno lasciando dentro.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi raccontare questa fase della vita in musica?
Non c’è stato un momento preciso, è stato più un accumularsi di sensazioni. Viaggi, cambiamenti, incontri, momenti in cui mi sono sentito fuori posto o in cui ho capito che stavo crescendo. A un certo punto ho sentito il bisogno di fermarmi e provare a raccontare tutto questo. “Mi siederò qui” nasce proprio da quel bisogno di osservare quella fase della vita con un po’ più di lucidità.
La giovinezza nel brano sembra fragile e instabile: è una visione personale o generazionale?
Credo sia entrambe le cose. È sicuramente una sensazione personale, perché nasce dal mio modo di vivere questo periodo della vita. Ma penso anche che molte persone della mia generazione provino qualcosa di simile. Viviamo in un momento in cui le possibilità sembrano infinite, ma allo stesso tempo c’è molta incertezza su cosa diventeremo e su quale direzione prendere.
Cosa diresti oggi al Marco di qualche anno fa che stava iniziando a sognare il futuro?
Gli direi di continuare a sognare senza avere troppa paura di sbagliare. Quando inizi a immaginare il futuro è facile sentirsi inadeguati o pensare di non essere abbastanza. In realtà quello che conta è restare curiosi, provare cose nuove e non smettere di cercare la propria strada, anche quando sembra poco chiara.







