Luca e Francesco Baù, in arte Blonde Brothers, hanno cominciato a scrivere canzoni insieme quando erano adolescenti, dando vita a un progetto che negli anni ha attraversato generi, palchi e confini geografici. Dal debutto con Lights and Shadows nel 2012, passando per i concerti in Australia, il tour negli Stati Uniti e l’esibizione al leggendario Whisky a Go Go di Los Angeles, il duo ha costruito un percorso caratterizzato dalla continua ricerca di nuove sonorità. Pop-rock, country, elettronica e scrittura cantautorale sono diventati elementi di un linguaggio personale, mai del tutto riconducibile a un’unica direzione. Dopo cinque album, l’esperienza televisiva a The Winner Is e la grande visibilità ottenuta con Rambo, diventato virale su TikTok, i due fratelli sono al lavoro sul loro sesto progetto discografico, prodotto insieme a Pietro Foresti e Luca Urbani. Il nuovo singolo Bene o Male segna un ritorno ad alcune atmosfere degli esordi, senza rinunciare alla consapevolezza maturata in oltre un decennio di attività. Con loro abbiamo parlato di evoluzione artistica, esperienze internazionali, social network e ambizioni, cercando di capire cosa significhi oggi continuare a fare musica senza smettere di mettersi in discussione.

Avete iniziato a scrivere canzoni insieme quando eravate adolescenti e oggi vi ritrovate a guardare un percorso che attraversa più di dieci anni di musica. Se poteste far ascoltare un vostro brano attuale ai ragazzi che eravate agli inizi, quale pensate sarebbe la loro reazione? Vi riconoscerebbero immediatamente oppure rimarrebbero sorpresi dalla direzione che avete preso?
Blonde Brothers: Siamo convinti che la musica quando è sincera non abbia tempo né età e possa arrivare a tutti anche in modi diversi. Crediamo inoltre che a volte siano gli arrangiamenti a dare il sound di una stagione o di un periodo. Indipendentemente dal periodo la Musica dovrebbe semplicemente emozionare. Secondo noi i ragazzi riconoscerebbero anche in “Bene o Male” delle nostre peculiarità iniziali. Per esempio se ascoltassero “Do you want” riconoscerebbero le doppie voci e le chitarre di questo nostro ultimo singolo, compreso il nostro stile di scrittura delle canzoni.
Nel vostro percorso avete sperimentato linguaggi piuttosto diversi, passando dal pop-rock a sonorità più elettroniche e dance, senza rinunciare alla dimensione cantautorale. Quanto è importante per voi non diventare prevedibili? Avete mai avuto paura che cambiare troppo potesse disorientare il pubblico che vi aveva scoperti attraverso un determinato sound?
Blonde Brothers: Cambiare spesso per noi è stato più forte della nostra volontà. Abbiamo spesso avuto paura di perdere credibilità, ma abbiamo preferito seguire quello che sentivamo di fare a livello artistico in quel momento perché siamo convinti che un artista debba essere se stesso e cercare di influenzare i gusti e le mode e non essere vittima degli stessi.
Avete vissuto esperienze internazionali importanti, dai concerti in Australia fino al tour negli Stati Uniti e all’esibizione al Whisky a Go Go di Los Angeles. Quando vi confrontate con un pubblico straniero, percepite differenze nel modo di ascoltare e vivere la musica? E queste esperienze hanno cambiato il vostro modo di pensare alla possibilità di costruire una carriera anche fuori dall’Italia?
Blonde Brothers: Quando ci siamo esibiti all’estero, dobbiamo ammettere che all’inizio c’era sempre un po’ di preoccupazione, soprattutto perché non sapevamo come il pubblico avrebbe accolto la nostra musica. Ricordiamo, per esempio, il concerto al leggendario Whisky a Go Go di Los Angeles: durante le prime canzoni cercavamo di capire le reazioni delle persone, poi, poco alla volta, il pubblico si è lasciato coinvolgere e ne è nato un concerto davvero emozionante. Queste esperienze ci hanno insegnato una cosa fondamentale: la musica è un linguaggio universale, capace di superare confini, distanze e differenze culturali. Negli Stati Uniti, in particolare, abbiamo percepito una grande curiosità verso ciò che è nuovo e una bellissima apertura nei confronti degli artisti che arrivano da altri Paesi. Ci ha colpito soprattutto scoprire che, anche cantando in italiano, le persone erano felici di ascoltarci e si lasciavano emozionare, pur senza comprendere necessariamente ogni parola.
Tutto questo ha cambiato anche il nostro modo di guardare al futuro e alla possibilità di costruire un percorso artistico internazionale. Abbiamo capito che non bisogna necessariamente cambiare la propria identità per arrivare lontano. Anzi, spesso è proprio ciò che ci rende autentici e diversi a diventare il nostro punto di forza. Crediamo che la musica abbia bisogno soprattutto di sincerità, di artisti che abbiano qualcosa di vero da raccontare e che non abbiano paura di essere se stessi. Perché, alla fine, un’emozione autentica può arrivare al cuore di qualcuno anche a migliaia di chilometri da casa.
Oggi un artista deve spesso occuparsi anche della propria comunicazione, della presenza sui social e della produzione costante di contenuti. Voi avete sperimentato direttamente questa dimensione, anche attraverso la visibilità ottenuta da “Rambo”. Come si concilia la necessità di essere presenti in un ambiente così veloce con il tempo, spesso molto più lento, che richiedono la scrittura e la ricerca musicale? Vi è mai capitato di sentire che l’attenzione ricevuta online non corrispondesse esattamente a quella che avreste voluto ottenere per la vostra musica?
Blonde Brothers: Siamo davvero felici delle milioni di visualizzazioni ottenute con “Rambo”, perché rappresentano un risultato importante e ci hanno permesso di raggiungere tantissime persone. È vero, oggi sui social tutto scorre molto velocemente e spesso una canzone viene ascoltata quasi come fosse uno spot pubblicitario: pochi secondi per catturare l’attenzione, prima di passare a qualcos’altro. È una realtà con cui dobbiamo confrontarci, anche se crediamo che la musica abbia bisogno di tempo per essere ascoltata, compresa e vissuta davvero. Siamo cresciuti ascoltando artisti come Pink Floyd, Queen e Led Zeppelin, che non avevano paura di proporre brani lunghi, strutture complesse e grandi sperimentazioni. Eppure, se ci pensiamo, anche nelle loro composizioni più articolate ci sono spesso piccoli riff, melodie o intuizioni musicali di pochi secondi capaci di rimanere impressi per sempre. Forse il segreto sta proprio qui: riuscire a racchiudere in pochi minuti qualcosa che abbia la forza di durare nel tempo. Oggi cerchiamo di concentrare le nostre idee in canzoni di tre o quattro minuti, quasi fossero un distillato delle emozioni e delle melodie più incisive. Allo stesso tempo, però, non vogliamo che siano le regole del mercato a decidere completamente la nostra direzione artistica. Scrivere una canzone richiede tempo, ricerca, silenzio e anche la libertà di sbagliare. Sono tutte cose che difficilmente si conciliano con la velocità dei social, ma che per noi rimangono fondamentali.
Quanto all’attenzione ricevuta online, siamo consapevoli che milioni di visualizzazioni non corrispondano necessariamente a milioni di persone che si fermano ad ascoltare davvero la nostra musica. Naturalmente ci piacerebbe che chi ci scopre attraverso un contenuto virale trovasse poi la curiosità di approfondire il nostro mondo musicale.
In fondo, non vogliamo soltanto catturare l’attenzione delle persone per qualche secondo, ma lasciare loro qualcosa che possa accompagnarle anche per tutta la vita. E crediamo che questa sia una delle sfide più belle per un artista di oggi.
State lavorando al vostro sesto album, in una fase che avete descritto come un ritorno alle origini accompagnato da una nuova consapevolezza. Dopo aver attraversato tante stagioni musicali e aver sperimentato anche strade differenti, cosa sentite di dover ancora dimostrare, prima di tutto a voi stessi? C’è un traguardo artistico che non avete ancora raggiunto e che continua a motivarvi?
Blonde Brothers: Siamo in continua ricerca ed evoluzione, sia come artisti che come persone. Crediamo che la musica sia prima di tutto un viaggio dentro noi stessi, ma anche un modo per osservare e comprendere il mondo che ci circonda. Cerchiamo continuamente di scavare in profondità, di andare oltre i pregiudizi, le convenzioni e le aspettative, per trovare quella sincerità che riteniamo sia alla base di ogni vera espressione artistica.
Forse ciò che dobbiamo ancora dimostrare a noi stessi è proprio questo: riuscire a essere sempre più autentici, senza avere paura di cambiare, sperimentare o mostrare anche le nostre fragilità. Con il tempo abbiamo capito che evolversi non significa necessariamente allontanarsi dalle proprie origini, ma imparare a guardarle con occhi nuovi e con una consapevolezza diversa.
Naturalmente abbiamo ancora tanti sogni e traguardi da raggiungere. Uno di questi è sicuramente il Festival di Sanremo, un palcoscenico che rappresenterebbe per noi una bellissima opportunità per condividere la nostra musica con un pubblico ancora più vasto. Ma, al di là dei riconoscimenti e dei grandi palcoscenici, ciò che ci motiva davvero è il desiderio di arrivare al cuore di sempre più persone. Perché la musica, per noi, trova il suo significato più profondo proprio nella condivisione.
Non esiste emozione più grande dello scambio di energia che si crea tra un artista sul palco e il suo pubblico. È qualcosa di difficile da spiegare a parole: per qualche istante persone con storie, esperienze e sensibilità completamente diverse si ritrovano unite dallo stesso sentimento.
Crediamo che questa sia una delle forme più alte di energia che un artista possa vivere. Ed è proprio quella sensazione che continuiamo a cercare ogni volta che scriviamo una canzone o saliamo su un palco.
In fondo, il nostro traguardo più grande non è soltanto quello di far arrivare la nostra musica a più persone possibile, ma riuscire a emozionarci ed emozionare, sentendoci parte di qualcosa di più grande di noi.








