Prendete la rabbia terapeutica e viscerale del punk rock dei primi anni Duemila, mescolatela con la sensibilità melodica e narrativa dell’indie italiano più ispirato e aggiungete la solitudine introspettiva di un playmaker che fissa un canestro sgangherato a tarda sera nei campetti di periferia: avrete ottenuto l’essenza purissima di Kanestri. Il suo album di debutto, ironicamente e magnificamente intitolato “Difetti di fabbrica” e pubblicato sotto l’egida di Matilde Dischi, arriva sui nostri lettori come una spallata vigorosa al perbenismo pop preconfezionato che satura le classifiche contemporanee. Matteo Manzoni, la mente e il cuore dietro questo progetto, sputa fuori quindici anni di gavetta, furgoni scassati e sudore versato nei piccoli locali di provincia attraverso nove tracce che suonano tese come corde di violino e dirette come un montante allo stomaco.
Non ci sono filtri, non ci sono pose plastiche da rockstar annoiata in cerca di approvazione algoritmica. L’ascolto è un viaggio ad alta velocità che subisce una scossa immediata con l’incalzare della focus track “Me lo so aggiustare”, una vera e propria bomba rock-pop costruita su un riff trascinante e un ritornello micidiale, dove la fine di una relazione sentimentale diventa la benzina ideale per rimettere in moto il motore dell’autodeterminazione. Ma è in canzoni come “Indispensabile” che si avverte il vero e proprio cambio di passo artistico: un inno generazionale all’indipendenza emotiva che urla a squarciagola la necessità assoluta di bastarsi da soli, proteggendo i propri sogni individuali contro il rumore bianco e assordante della società moderna. La tracklist non concede tregua all’ipocrisia.
Il mixaggio curato da Davide Maggioni presso i Wild Street Records e il mastering definitivo impresso da Energy Mastering regalano al disco un’impronta internazionale, granitica sul piano delle frequenze basse ma incredibilmente calda e confidenziale sulle linee vocali. Kanestri dimostra di non avere alcuna paura di toccare il fondo dell’abisso emotivo – come canta esplicitamente nella splendida e malinconica “Un’altra chance” – perché possiede la profonda consapevolezza che solo quando si tocca il vuoto pneumatico ci si accorge dell’energia necessaria per risalire. Tra la dolcezza assoluta di “La musica intorno”, dove la persona amata viene paragonata a una melodia che riempie cieli e stanze deserte, e il nichilismo controllato di “Resto qui”, il disco si chiude con il pianoforte straziante di “In rotta con lo sport”. Meno paranoie da estetica indie, tanta veridicità cruda: questo album è una boccata d’aria fresca per chiunque abbia ancora bisogno di canzoni per sopravvivere.




