Copertina Dedalista Gaspid (5)

Solitudine e radici: l’album “Dedalista” racconta il mondo di Gaspid

Ci sono artisti che scrivono per il mondo e artisti che scrivono per se stessi, sperando che il mondo ascolti. Gaspid, torinese, autodidatta, 44 anni, è chiaramente del secondo tipo. E l’album che ne esce, “Dedalista”, ha esattamente quella qualità un po’ strana e preziosa dei dischi fatti senza troppo calcolo. Prendete “Sorriso”, uno dei pezzi più immediati del disco. L’immagine di apertura, quel sorriso che si allarga sul viso di chi ha già deciso tutto, vale da sola il prezzo del biglietto. È semplice, quasi elementare, eppure funziona perché dietro c’è un’immagine precisa: una ragazzina che vola sopra lo sguardo di chi la deride. Certe canzoni pop funzionano esattamente così. Il disco gira intorno alla chitarra acustica, con batteria e basso a dargli corpo e qualche inserzione di elettrica quando il pezzo lo richiede. Lo stile è quello di un cantautorato dalle venature rock, con qualcosa che ricorda certi autori degli anni Duemila capaci di costruire melodie forti senza buttarsi sul folk più austero né sul pop più laccato. Gaspid sta in quello spazio con disinvoltura. I temi sono seri, “Dedalista” parla di libertà e geopolitica, “Verso l’invisibile” di morte e sopravvivenza, ma non pesano sul disco perché vengono bilanciati da pezzi come “Sognando ancora” o “L’ultima favola”, che hanno un’ironia leggera e funzionale. Otto canzoni che stanno bene insieme. Un disco vero, quello di Gaspid. Da ascoltare con calma.

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