Oggi abbiamo il piacere di parlare con Asja Martorelli, vocal coach di spicco e colonna portante del team tecnico dell’ItaliaVision Festival. In un contesto dove il talento grezzo cerca la sua strada verso il professionismo, il ruolo di Asja diventa cruciale: non si tratta solo di curare l’intonazione, ma di forgiare l’identità vocale e la presenza scenica dei performer. Con lei esploreremo cosa significa preparare la voce per le grandi sfide e quali sono i segreti per trasformare una semplice esecuzione in un’emozione indimenticabile.

Asja, spesso si confonde il maestro di canto con il vocal coach. Nel contesto di un festival nazionale come ItaliaVision, come definiresti il tuo intervento sugli artisti? È più un lavoro di ‘rifinitura’ o di ’psicologia della performance’?
Maestro di canto e vocal coach sono due figure molto diverse, anche se spesso vengono confuse. Il maestro di canto è la figura che insegna a cantare e costruisce le basi tecniche della voce. Il vocal coach, invece, entra spesso in una fase più avanzata del percorso artistico, quando c’è già una tecnica consolidata e si lavora maggiormente sulla performance, sull’interpretazione e sulla preparazione al palco.
Nel contesto di un festival come ItaliaVision, il mio ruolo è accompagnare l’artista fino agli ultimi momenti prima dell’esibizione: dalle routine di riscaldamento vocale alla gestione delle energie e dell’emotività. E sì, la psicologia della performance è una parte fondamentale del lavoro, sia per un maestro di canto che per un vocal coach, perché la voce è probabilmente lo strumento più influenzato dalle emozioni, nel bene e nel male.
Come si aiuta un artista a mantenere l’autenticità vocale pur dovendo rispettare gli standard qualitativi richiesti da una produzione televisiva o da un grande festival?
Credo che la qualità non debba mai annullare la personalità artistica. Oggi il rischio è voler rendere tutte le voci perfette e uniformi, ma spesso sono proprio le particolarità a rendere un artista riconoscibile. Un cantante deve assolutamente mantenere la propria autenticità vocale.
Il mio lavoro è aiutare l’artista ad avere controllo e consapevolezza della propria voce senza snaturarla. Cerco sempre di valorizzare ciò che rende unica una persona: il timbro, il modo di interpretare, persino certe fragilità. L’obiettivo non è creare una voce “standard”, ma accompagnare ogni artista verso la versione più vera e forte di sé stesso.
Se dovessi indicare tre ‘pilastri’ fondamentali su cui un aspirante concorrente di ItaliaVision dovrebbe lavorare prima di presentarsi davanti alla giuria, quali sarebbero?
Sicuramente tecnica, consapevolezza e interpretazione.
La tecnica è fondamentale perché permette di avere controllo e resistenza, soprattutto sotto stress. La consapevolezza serve per conoscere davvero la propria voce, i propri limiti e i propri punti di forza. Infine l’interpretazione: una bella voce da sola non basta, bisogna riuscire a trasmettere emozioni e a raccontare qualcosa di vero.
Sappiamo che la voce è uno strumento estremamente sensibile allo stato emotivo. Che consigli dai ai tuoi allievi per gestire l’adrenalina di un palco così importante senza che questa ‘chiuda’ la gola?
La prima cosa è non combattere l’adrenalina, perché fa parte della performance ed è assolutamente normale provarla. Cerco sempre di insegnare ai ragazzi a trasformare quella tensione in energia positiva. Respirare bene è fondamentale: spesso, nei momenti di ansia, si tende a bloccare il respiro e questo si riflette immediatamente sulla voce.
Oltre alla respirazione, aiutano tantissimo la preparazione mentale e le routine pre-performance, perché sentirsi pronti permette anche al corpo di rilassarsi di più. E poi ricordo sempre una cosa importante: il pubblico non cerca la perfezione assoluta, cerca emozioni vere.
L’ItaliaVision Festival è una vetrina per il futuro della musica italiana. Secondo la tua sensibilità, verso quale direzione sta andando la vocalità nel nostro Paese? C’è un ritorno al ‘bel canto’ o stiamo andando verso una sperimentazione più estrema?
Penso che oggi ci sia una grande libertà espressiva. Da una parte si sta riscoprendo l’importanza della tecnica e della vocalità tradizionale, dall’altra c’è una fortissima ricerca di suoni nuovi, contaminazioni e modi diversi di usare la voce.
La cosa interessante è che queste due anime possono convivere. Oggi la vocalità sta diventando sempre più libera: si può passare da un’impostazione più tradizionale a una ricerca sonora molto contemporanea, senza dover necessariamente scegliere una sola direzione. Credo che il pubblico oggi sia molto attratto dalle voci riconoscibili, autentiche e capaci di trasmettere identità.
Cosa cerchi in una voce che non sia ‘già stata sentita’? Esiste ancora lo spazio per l’originalità assoluta?
Credo che l’originalità assoluta sia molto rara, ma esiste ancora la verità. E la verità in una voce si percepisce subito. Quando ascolto un artista cerco autenticità, intenzione e personalità. Anche una voce tecnicamente imperfetta può colpire profondamente se comunica qualcosa di sincero. Oggi più che mai le persone hanno bisogno di riconoscersi nelle emozioni degli artisti, quindi sì, c’è ancora tantissimo spazio per chi riesce ad essere davvero sé stesso.






