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Panoramica: “Con ‘Sono io’ abbiamo voluto dare voce a fragilità molto quotidiane”

Con “Sono io”, i Panoramica mettono a fuoco una fragilità tanto personale quanto generazionale, trasformandola in un racconto intimo e collettivo allo stesso tempo. La band, nata tra Reggio Emilia e Bergamo dall’incontro di percorsi e sensibilità diverse, ha costruito nel tempo un’identità fondata proprio sulla distanza, sul movimento e sulla condivisione: chilometri percorsi per provare insieme, esperienze differenti che si intrecciano in una scrittura emotiva e diretta. In questo nuovo singolo, tutto questo universo prende forma in una riflessione delicata sulla costruzione dell’identità, raccontata non come qualcosa di definito, ma come un processo fragile fatto di esitazioni, silenzi e paura di non essere abbastanza.

“Sono io” cresce lentamente, accompagnando chi ascolta da un’atmosfera sospesa e trattenuta fino a un finale più intenso e liberatorio, dove la vulnerabilità smette di essere un peso e diventa forza espressiva. Il risultato è un brano che parla di insicurezze quotidiane, del bisogno di trovare il proprio spazio e della difficoltà di mostrarsi davvero agli altri senza paura del giudizio. In questa intervista i Panoramica raccontano la nascita del pezzo, il loro modo di vivere la musica come esperienza condivisa e il legame tra crescita personale, distanza e ricerca di sé.

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In “Sono io” l’identità non viene raccontata come qualcosa di definito, ma come un percorso fatto di esitazioni, silenzi e paura di “disturbare”: quanto c’è della vostra esperienza personale dentro questa fragilità così quotidiana?

Il racconto di Sono io nasce da un’esperienza personale vissuta da Chiara, la nostra cantante, in un momento particolare della sua vita. Però fin da subito questo sentimento è stato condiviso anche da tutti noi all’interno della band, ed è probabilmente per questo che il brano ha preso una forma così sincera e naturale.

Ci interessava raccontare una fragilità molto quotidiana, fatta di esitazioni, silenzi e della paura di sentirsi fuori posto o di “disturbare” in qualche modo gli altri. Sono emozioni meno appariscenti rispetto ad altri tipi di dolore, ma proprio per questo crediamo siano estremamente comuni e umane.

In fondo pensiamo che quasi chiunque, in certi momenti della vita, si ritrovi a fare i conti con dubbi del genere: il bisogno di essere accettati, la difficoltà di esprimersi davvero o la sensazione di non sentirsi abbastanza. Sono io è nato proprio dal desiderio di dare voce a queste sensazioni nel modo più autentico possibile.

La vostra storia nasce tra città diverse, tra Reggio Emilia e Bergamo, e il tema della distanza sembra quasi diventare parte del linguaggio dei Panoramica: pensate che questo continuo movimento abbia influenzato anche il modo in cui raccontate la ricerca di sé in “Sono io”?

Più che influenzare direttamente il senso di fragilità raccontato in Sono io, il continuo spostarsi ha sicuramente avuto un impatto sul nostro modo di vivere la crescita personale e i rapporti umani, che poi inevitabilmente finiscono anche nella musica.

Viaggiare per noi significa entrare in contatto con persone, realtà e culture diverse, ma soprattutto condividere molto tempo insieme come band. Questo ci ha aiutato a costruire legami sinceri e ad avere una maggiore consapevolezza di noi stessi e dei valori che vogliamo portare avanti, sia umanamente che artisticamente.

La ricerca di sé che raccontiamo nel brano è qualcosa di molto interiore e personale, però pensiamo che anche il confronto continuo con gli altri e con esperienze differenti possa contribuire a formare l’identità di una persona. In questo senso, il movimento e la distanza sono diventati quasi una parte naturale del nostro modo di vivere il progetto Panoramica.

Nel brano c’è una crescita emotiva molto evidente: si parte da immagini intime e trattenute per arrivare a un’esplosione finale più liberatoria. Come avete lavorato sulla dinamica del pezzo per trasformare la vulnerabilità in qualcosa di potente, anche dal punto di vista sonoro?

In Sono io la musica è stata pensata soprattutto come un supporto emotivo al testo e alla voce. Tutto il brano cerca di accompagnare quello che viene raccontato, senza mai sovrastarlo, ma anzi amplificandone le sensazioni.

Dal punto di vista sonoro abbiamo lavorato molto sulla dinamica, cercando di far crescere il pezzo insieme all’intensità emotiva delle parole. All’inizio l’atmosfera rimane più intima e trattenuta, mentre poco alla volta il brano prende sempre più forza grazie al ritmo e all’ingresso progressivo degli strumenti.

Nel ritornello finale volevamo che quella vulnerabilità esplodesse in qualcosa di più liberatorio e potente, quasi come un’emozione rimasta compressa troppo a lungo. Per questo a un certo punto entrano tutti gli strumenti senza più esitazioni, prima che il brano torni lentamente a spegnersi nell’outro.

“Sono io” sembra parlare di tutte quelle persone che hanno imparato a ridimensionarsi, a sognare “a bassa voce” per paura di non essere abbastanza. Secondo voi la vostra generazione vive ancora questa difficoltà nel mostrarsi davvero per ciò che è?

Secondo noi questa difficoltà esiste ancora, anche se oggi prende forme diverse. Viviamo in un contesto in cui siamo continuamente esposti allo sguardo degli altri e in cui spesso si tende a mostrare soprattutto la parte più “sicura” o più accettata di sé. Questo può portare molte persone a ridimensionarsi o a trattenersi per paura del giudizio.

Anche nel nostro percorso, soprattutto all’inizio, ci siamo resi conto che esporsi artisticamente non è sempre così semplice. Pubblicare musica, condividere video o mostrare apertamente una propria sensibilità può far sentire vulnerabili, specialmente quando si ha paura di non essere presi sul serio o di sentirsi fuori posto.

Allo stesso tempo, però, pensiamo che la nostra generazione stia anche imparando sempre di più a parlare apertamente di fragilità ed emozioni, e questa è una cosa molto positiva. Forse oggi c’è più spazio rispetto a qualche anno fa per mostrarsi in maniera autentica, anche se la paura del giudizio continua a esistere.

Nei Panoramica convivono influenze, sensibilità e percorsi molto diversi, ma il vostro progetto sembra trovare proprio lì la sua identità. Quando scrivete un brano così personale come “Sono io”, come riuscite a trasformare esperienze individuali in qualcosa che sentite davvero collettivo?

La nostra forza, oltre che nell’eterogeneità delle nostre personalità e formazioni musicali, sta soprattutto nel legame molto stretto che si è creato tra di noi in questi anni. Avendo condiviso tante esperienze insieme, siamo arrivati a sviluppare una grande sintonia anche nel modo di lavorare.

Questo ci aiuta molto nella scrittura, perché riusciamo spesso a capire subito la direzione che un’idea vuole prendere. Quando un brano nasce da un’esperienza personale di uno di noi, non c’è mai la volontà di modificarla o snaturarla, ma piuttosto quella di costruirle attorno un contesto musicale che la rappresenti al meglio.

In questo senso il lavoro di band diventa proprio un processo di ascolto reciproco: trasformare qualcosa di individuale in un racconto collettivo, mantenendone però intatta l’autenticità iniziale.

https://www.instagram.com/panoramicaband