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JaydeeQ, “Alien Song”: un esordio tra elettronica analogica e spirito live

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“Alien Song” segna l’esordio dei JaydeeQ con un brano che nasce dall’improvvisazione e prende forma attraverso un approccio diretto e suonato. Tra synth, drum machine e arpeggiatori gestiti in tempo reale, il suono si sviluppa in modo organico, mantenendo un forte legame con la dimensione live.

Il progetto, nato dall’incontro tra musicisti con un passato condiviso, punta su un equilibrio tra elettronica e umanità, lontano dalle logiche puramente produttive. In questa intervista per Diffusioni Musicali, i JaydeeQ raccontano la costruzione di “Alien Song” e il loro modo di intendere la musica: istintivo, collaborativo e senza schemi.

Quali strumenti e setup avete utilizzato per costruire “Alien Song”?
Abbiamo utilizzato un roland spd sx pro, una 303 della behringer, uno yamaha cs1x, un arturia microfreak ed una electron model cycles. Quindi si tratta principalmente di synth a tastiera, un drum pad ed una drum machine.

Come avete lavorato sugli arpeggiatori per ottenere questo effetto ipnotico?
Gli arpeggiatori sono molto presenti nelle nostre produzioni ed in questo caso sono programmati direttamente dalle macchine e vengono processati attraverso i filtri, i controlli di tono e l’adsr live man mano che il brano evolve. Il microfreak è collegato ad un delay esterno, credo un memory boy e ben poco è stato fatto in post produzione attraverso l’utilizzo di plugin.

La voce arriva alla fine del processo: è una scelta abituale?
No, normalmente è il contrario partiamo dalla voce e dalle linee melodiche su cui andiamo a costruire il resto dell’arrangiamento. In questo caso è andata in maniera diversa perché il brano, che nasceva come improvvisazione, è stato sottoposto agli altri dopo qualche giorno.

Come si è sviluppata la collaborazione tra i membri della band?
Siamo amici da tanto tempo, venti anni almeno e abbiamo suonato in band diverse in anni passati. Circa un anno fa sono venuti a trovarmi alla Bucaniera che è una residenza per artisti con studio di registrazione sulle montagne della Val Varaita e ci siamo messi a suonare, così senza particolari fini o scopi ma per il gusto di farlo. Così è nato il progetto.

Quanto è importante la fase di rimaneggiamento rispetto all’improvvisazione iniziale?
Dipende dai brani non utilizziamo una sola tecnica compositiva, non tutti i brani nascono da improvvisazione o dall’interplay. Certe volte ci capita di scrivere brani da soli e sottoporli agli altri in un secondo tempo, altre volte di registrare a turno cose a caso sul computer ed assemblarle in un secondo tempo dandogli una coerenza ed una forma quasi come in un processo dadaista del cadavere squisito e solo alla fine della composizione imparare a suonarli dal vivo. Tra l’altro il fatto di suonare strumenti veri ci offre la possibilità di reinterpretare i brani a nostro piacimento che è un vantaggio non da poco nella musica elettronica.

Che tipo di produzione caratterizzerà anche il resto dell’album?
L’album è stato registrato come si registrerebbe un disco punk o rock o jazz. Abbiamo collegato gli strumenti ed abbiamo suonato tutti insieme le parti principali facendo solo alcuni overdub, ad esempio le voci o alcuni soli. Penso che questo sarà l’approccio che seguiremo anche in futuro perché garantisce un’iniezione di umanità ai brani che altrimenti sarebbero musica da dj o produttori, figure professionali che stimiamo molto, ma semplicemente non siamo così: siamo dei punk che suonano techno.