DAGREZIO

Daniel Dagrezio: il cuore, il pop, il concept album

Veleggiamo a vista dentro questo disco dal titolo “Le mie cinque fasi”, e capiamo che non oltre le canzoni c’è l’uomo, c’è l’epsressione urgente modellata con quel mestiere artigiano che guarda oltre il semplice orto e la propria zona di confort. Daniel Dagrezio costruisce un disco che respira e che sembra un film da sentire, un audio libro dentro ambienti, dettagli e ritorni. Non è solo il dolore a essere raccontato, ma il modo in cui il dolore cambia prospettiva, si trasforma, si lascia osservare da angolazioni diverse fino a diventare qualcos’altro.

DAGREZIO COVER

L’idea della stanza iniziale, del giradischi, di una voce che introduce il viaggio, è già una dichiarazione: qui la musica non arriva subito, o meglio, arriva come conseguenza. Prima c’è uno spazio, un tempo, una scena. E dentro quella scena le canzoni sono frammenti del tutto che suona pop e lo fa con soluzioni epiche, digressioni digitali e un modo decisamente internazionale dentro cui rivediamo tutti i cliché e i dettami che la preziosa regola dell’arte richiede per gli attestati di stima. Ed è qui che entra in gioco il lavoro di Daniel Tek, la geografia del disco: così il suono si trova ad avere molte facce, provenienze e lingue diverse… appunto, come detto, siamo dentro il pop internazionale, i ricami pomposi di orchestrazioni cinematografiche, l’elettronica dei computer che non cercano chissà quale rivoluzione, doverosi e rilassanti accenti più acustici… immancabili momenti eterei di sospensione in cui il viaggio sembra prendere soste di nebulose e schiarite a seguire. Un lavoro che chiede tanto all’ascolto futile e distratto dei tempi moderni…

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Bergpress

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