“tra parentesi” è il primo album di miacaracarolina, progetto cantautorale di Carolina Lidia Facchi, e si presenta come un lavoro che raccoglie e riorganizza i suoi primi trent’anni di vita. Non un semplice esordio discografico, ma una mappa emotiva costruita attraverso melodie essenziali, parole meditate e un senso costante di misura. L’album si muove tra fragilità e resistenza, tra l’urgenza di raccontarsi e il bisogno di custodire ciò che resta indicibile, trasformando l’esperienza personale in materia condivisibile.
Il titolo suggerisce una sospensione, uno spazio delimitato e al tempo stesso protetto. Dentro queste parentesi si accumulano pensieri, incontri, ferite e piccole lotte quotidiane. Ogni brano sembra nascere come un appunto, una traduzione parziale di se stessa, mai definitiva, ma sufficientemente nitida da restituire un percorso coerente. La scelta di lavorare interamente in Friuli Venezia Giulia non è solo geografica: è un posizionamento simbolico. In opposizione alla frenesia lombarda, quel territorio diventa luogo di ascolto e sedimentazione, uno spazio in cui le risposte arrivano in forma silenziosa e meno immediata.
Determinante anche l’incontro con Francesco Imbriaco e Leonardo Duriavig, due dei “Cinque Uomini sulla Cassa del Morto”, chiamati a sostenere la produzione senza alterare l’equilibrio delicato dei brani. Il loro intervento appare orientato a valorizzare la struttura interna delle canzoni, accompagnandole verso una forma compiuta ma non forzata. La dimensione visiva, affidata a Mattia Garbarini e Valentina Frigo, completa il progetto con copertine realizzate a mano, fino all’immagine conclusiva delle sole parentesi: un segno grafico ridotto all’essenziale, che rimanda all’origine e alla sottrazione.

tra parentesi viene presentato come una raccolta di “traduzioni di sé”. In che modo la scrittura ti ha aiutata a rendere dicibili pensieri o stati che, fino a poco tempo fa, restavano solo interiori?
Il disco è nato in maniera molto naturale. L’urgenza di raccontare cose che non riuscivo a metabolizzare è semplicemente esondata su carta, note audio e accordi. La scrittura per me è uno strumento emotivo potentissimo: spesso ho capito qual era davvero la mia posizione di fronte a dinamiche scricchiolanti nella mia vita solo dopo averle guardate riversate in un brano. In questo senso il disco è stato terapeutico, direi persino catartico. Riascoltandomi mi sono validata nel mio pensiero, mi sono riconosciuta. Scrivere mi ha chiesto tempo e solitudine, mi ha costretta a fermarmi, ad ascoltarmi e indagarmi, ma soprattutto a concedermi l’agio di capirmi.
Il disco attraversa fragilità e resistenza senza mai risolverle del tutto. È stata una scelta consapevole lasciare aperte le contraddizioni, oppure è un riflesso naturale del momento della vita che racconti?
Il disco è una fotografia di un periodo della vita che molte persone della mia generazione si trovano a vivere. L’insicurezza attraversa ogni ambito, da quello lavorativo a quello relazionale e per questo mi sono ritrovata a raccontare fragilità e incertezze, insieme però a una crescente consapevolezza di ciò che posso migliorare in me e di ciò che posso chiedere venga migliorato attorno a me. Non c’è stata la volontà di costruire un lieto fine a tutti i costi, né di soffermarmi solo sulla tristezza. La vita è fatta di sfaccettature e contraddizioni e credo che la mia scrittura stia provando a restituire, con parole semplici, la complessità del mondo che mi trovo ad attraversare.
Parli dei tuoi primi trent’anni come di un cammino fatto di incontri, ferite e lotte quotidiane. Quanto è stato difficile decidere cosa tenere dentro il disco e cosa, invece, lasciare fuori?
Non c’è stata una selezione guidata da un criterio rigido. Mi sono mossa in modo profondamente istintivo: ho sentito che alcuni brani appartenessero a questo racconto, mentre altri aprivano discorsi diversi, che non era ancora il momento di includere. Essendo il mio primo lavoro, mi sono concessa molta libertà, sia nel raccontarmi sia nello sperimentare, nei generi, nella forma e nei contenuti.
Il titolo tra parentesi suggerisce uno spazio sospeso, laterale. Che tipo di tempo o di condizione rappresenta, per te, questa parentesi?
Per me la parentesi è uno spazio di sospensione, un tempo non lineare. È il luogo in cui mi sono concessa di stare senza dover arrivare a una conclusione, senza performare una versione risolta di me. È una condizione laterale, intima, in cui osservi quello che ti succede mentre succede, prima che diventi racconto ordinato o memoria addomesticata. Dentro quella parentesi c’è l’attesa, il dubbio, ma anche una forma di resistenza gentile: il diritto di fermarsi, di prendere fiato, di esistere senza chiudere il senso.
Questo album segna il tuo esordio nel cantautorato dopo un lungo percorso nella musica colta. In che modo quella formazione continua a emergere, anche quando non è immediatamente riconoscibile?
Siamo inevitabilmente ciò che ascoltiamo e ciò che cantiamo, e in questo senso la mia formazione nella musica cosiddetta “colta” continua a emergere, anche quando non è immediatamente riconoscibile. Dico “cosiddetta” perché non amo questa distinzione: la pop music ha dimostrato molte volte di essere intellettuale quanto la musica classica. Il primo luogo in cui questa formazione riaffiora è la vocalità. Il canto lirico educa alla perfezione, all’idea che l’errore vada evitato o nascosto, e a una tecnica che serve prima di tutto a garantire un suono sano, presente, non affaticato. Ed è forse per questo che, anche nei brani più malinconici, mi viene spesso detto che “la mia voce sorride”: è una presenza stabile, ferma, che arriva da lì.
Un altro elemento è il rapporto con la melodia. Nei miei brani emerge sempre per prima, quasi naturalmente. I ritornelli sono aperti, cantabili, e rimandano a un immaginario che ha a che fare con il teatro d’opera o con il musical, anche se non è una scelta razionale. È il risultato di tanta musica ascoltata e cantata che si è rimescolata dentro di me. Oggi questo percorso mi sta permettendo di esplorare un’autenticità più sporca, dopo una vita passata a inseguire la precisione tecnica, e di rivalutare l’errore anche in contesti in cui non è ammesso. In fondo è proprio lì che sento la differenza, e la distanza, tra una musica umana e una artificiale.


