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Riccardo Inge: Distruggere Tutto per Ricominciare. “La fine è il nostro vero inizio.

Con il suo nuovo singolo Distruggere Tutto, Riccardo Inge esplora territori emotivi complessi, tra fratture interiori, momenti di rabbia e istanti di lucidità. In questa intervista, ci racconta come sia riuscito a trasformare esperienze personali dolorose in musica, senza perdere autenticità, e come il processo creativo lo abbia portato a bilanciare l’onestà emotiva con un sound contemporaneo e potente. Dal rapporto tra parola e musica al senso di rinascita che attraversa il brano, Riccardo ci accompagna dietro le quinte della sua ultima produzione, rivelando le scelte narrative e sonore che rendono Distruggere Tutto un pezzo intenso e cinematografico.

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“Distruggere tutto” ha un immaginario quasi cinematografico: se dovessi scegliere una scena o un film che rappresenta meglio il mood del brano, quale sarebbe e perché?
Mi viene subito in mente la scena finale di Segnali dal futuro, con Nicolas Cage — quella in cui la Terra viene completamente annientata da un’eruzione solare, mentre solo pochi bambini vengono portati in salvo su un altro pianeta. È apocalittica, ma anche piena di speranza.

Per me quel momento rappresenta il burnout interiore, quando senti di andare in frantumi ma, allo stesso tempo, percepisci la possibilità di ricominciare altrove, in una forma nuova. “Distruggere tutto” nasce esattamente da quel contrasto: la fine come inizio.

Nel pezzo c’è un equilibrio particolare tra rabbia e lucidità: quanto è difficile raccontare una frattura senza sfociare nel melodrammatico? Hai tolto più che aggiunto durante la scrittura?
Sì, ho tolto parecchio. Nella versione iniziale del testo, soprattutto nel pre-chorus, c’erano più parole, ma rischiavano di appesantire il flusso. Ho capito che dovevo lasciare spazio alle pause, che spesso dicono più delle frasi stesse.

Scrivo cercando sempre l’onestà emotiva, evitando vittimismo o pietismo. Raccontare una frattura richiede equilibrio: se ti metti nudo davanti a chi ascolta, devi farlo con sincerità, non per suscitare compassione. La trasparenza è l’unico modo per essere credibile.

Il bridge sembra aprire uno spiraglio diverso, quasi una resa. Come è nato quel passaggio e che ruolo ha nel racconto generale del singolo?
Il bridge è nato nella seconda stesura del brano. All’inizio avevo scritto qualcosa di più simbolico, sospeso tra cielo e terra, ma poi ho scelto di scendere più a fondo nella realtà.

Volevo raccontare un meccanismo tossico che ho vissuto — quello in cui più ti allontani, più vieni cercato; e quando resti, vieni respinto. È un gioco al massacro da cui sembra impossibile uscire, finché non scegli di voltarti e sorridere. Quella è la vera liberazione.

Dal punto di vista sonoro, il pezzo ha un’energia trattenuta che poi esplode. Che riferimenti musicali avevi in mente mentre lavoravi al sound design del brano?
Abbiamo lavorato su reference precise — dai The Weeknd ai Coldplay, passando per Olly — tutti artisti capaci di coniugare emotività e modernità.

Volevamo un sound attuale, diretto, senza fronzoli e senza autotune, ma con un impatto forte e autentico. L’obiettivo era trovare il vestito giusto per il pezzo, quello che facesse da cornice alle parole senza soffocarle.

La canzone parla di cambiamento ma anche di identità. C’è qualcosa di te, come artista o come persona, che hai davvero “distrutto” negli ultimi anni per poter andare avanti?
Sì, molte cose. Per alcune è dipeso da me, mentre per altre sarebbe meglio dire che la vita si è incaricata di distruggerle per me.

Gli errori, le perdite e le delusioni hanno frantumato una parte di ciò che ero, ma oggi quel caos mi ha permesso di rimettere insieme solo i pezzi giusti. È come essere un puzzle esploso che stai ricomponendo in una versione nuova — non identica a prima, ma più onesta, più consapevole. Non perfetta, ma sicuramente più vera.

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