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INTERVISTA- Diego Moreno e l’arte di restare autentici

L’artista italo-argentino celebra 35 anni di carriera con un messaggio di speranza: “Será Todo Mejor” è un invito a sorridere nonostante le avversità. In questa intervista racconta la genesi del brano, il valore delle collaborazioni e l’importanza di sentirsi ancora parte del mondo.

Come nasce l’ispirazione per una canzone come “Será Todo Mejor” e qual è stato il primo spunto creativo che hai seguito?

L’ho scritta di getto, quindi è difficile dire da dove sia partita esattamente… probabilmente sentivo il bisogno di dare — e darmi — un messaggio positivo in un momento piuttosto grigio. Il giro armonico e l’idea di renderla ritmica hanno fatto il resto. 

Vorrei anche ringraziare di cuore il Maestro Tony Esposito: il brano gli era piaciuto subito, già tanti anni fa. È anche grazie al suo entusiasmo se oggi “Será Todo Mejor” ha preso questa forma. Chissà, magari in futuro ne nascerà anche una “tribal version” insieme.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura dei testi? Parti da immagini, emozioni o melodie?

Se ho un’idea per scrivere spesso parto dalla melodia, è il motore iniziale. Ma a volte scrivo anche solo le parole, e poi cerco una linea melodica che si adatti al testo. Dipende dal momento.

Hai scelto una produzione internazionale per questo brano. Com’è stato lavorare tra due Paesi e con più anime musicali?

È qualcosa che faccio ormai da molti anni, almeno 15. Poi il produttore Martìn Cabello (in Argentina) è per me un talento oltre che un carissimo amico, così come Ivan Russo (in Italia). Per me è Bellissimo produrre così: apre la visione e arricchisce il linguaggio musicale. I miei collaboratori vivono realtà diverse dalla mia, e questo confronto è prezioso. Certo, oggi la tecnologia ha reso tutto più fluido, in ogni caso la diversità culturale resta un valore aggiunto secondo me.

Quali sfide hai incontrato nell’unire le atmosphere estive con una narrazione profonda e personale?

 Ti dirò: non ho mai pensato a “Será Todo Mejor” come a una sfida. Non ho cercato di forzare un equilibrio tra leggerezza e profondità. È venuta fuori così. Forse è proprio questo il bello: trattare qualcosa di vero, anche profondo, con leggerezza — che non è mai superficialità. Se poi la canzone trasmette buone vibrazioni, io sono felice.

La musica latina spesso racconta storie d’amore: quanto conta la componente autobiografica in quello che scrivi?

Conta, ma non sempre è centrale. A volte attingo alle mie esperienze personali, altre volte mi lascio semplicemente guidare dall’ispirazione e dall’immaginazione. La forma canzone ha delle sue “regole” e delle strutture che cerco di rispettare. Per me è importante che il brano, prima di tutto, piaccia a me, che senta che ha senso. Poi, ovviamente, mi auguro che arrivi anche al pubblico — è per loro che da oltre trent’anni continuo a salire sul palco.

Cosa ti auguri che il pubblico colga davvero, oltre il ritmo e l’energia della canzone?

 Se troveranno un messaggio positivo nel testo, ne sarò felice. Una giornalista, giorni fa, mi ha detto: “Ho ascoltato Será Todo Mejor, e mi ha messo allegria”. Ecco, per me è già abbastanza. Ho scritto oltre cento canzoni, ognuna è come una creatura con qualcosa da dire. Ora è il momento di questa. C’è chi dice che cantare sia una forma di preghiera laica … mi piace pensarla così.

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