Foto helle

Helle: ascoltanto “I tempi delle bestie”

Citando Paul Valery quando ci dice che amare significa essere stupidi in due. Ho un poco buttato sull’ironico quello che invece Helle qui affronta con una dolcezza poetica e una severità allo stesso tempo decisamente più efficaci, con quella delicatezza che sa di folk e di pop e di rock… Eccolo il nuovo disco dal titolo “I tempi delle bestie”, e tornando al concetto di cui sopra trovo che il centro del lavoro non sia tanto la fine di una relazione quanto ciò che una relazione riesce a tirare fuori dall’uomo quando smette di essere rassicurante.

Cover i tempi delle bestie

Non c’è l’amore idealizzato e neppure il classico album della separazione. C’è il rancore, parola assai meno elegante e proprio per questo più interessante. C’è il desiderio di vendetta nonostante spesso il suono si poggi su sospensioni romantiche, dense di aria (si pensi agli arpeggi di “Giganti” e a quei ribattuti riverberati che sembrano favole di primo mattino – e che si sviluppa quasi a rimarcare radici alla Bersani di quando inanella parole dentro metriche decisamente pop. Helle costruisce come sempre tutto per immagini prima ancora che per suoni o melodie: e accanto ad un ego che si infrange sulle scogliere del mio io si accostano mari, onde, foreste, la piana desertica, gli oggetti naturali, le distanze, i silenzi.

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l’evocazione quasi liturgica delle coralità che aprono “In un corridoio…” e qui penso ci sia il vero centro del disco come anche la vera magia: ho come la sensazione di vertigine nel codificare un testo che parla di violenza subita, di polsi legati e tanto altro ancora… la promessa di una protezione e l’incubo che sembra insinuarsi dentro le abitudini. Eppure tutto questo giace con assurda normalità in un brano denso di apertura corale, di speranza, di qualcosa che significa anche rinascita. E credo ci sia tanto di questo in ogni angolo di questo abbecedario di bestie umane. E liturgica, quasi alla “Sorrentino maniera” i vocalizzi a chiusa del disco con – appunto- “Chiusura”. Ma prima si passa dai deserti del “Nevada” con un folk americano molto sabbioso fin dentro il post- apocalittico di “Addio, addio, addio”… un disco massiccio, chiede sforzi che forse oggi non siamo più in grado di sostenere, fuor di appigli automatici, dove le parole in modo artigiano cesellano un film intero da vedere e da leggere.

Per la cronaca: il disco è disponibile SOLO sul suo profilo personale di BANDACAMP.