Con “Caro Vecchio Neon” i Tidal Waves cambiano passo. Per la prima volta scelgono l’italiano e costruiscono un brano che procede per accumulo, sostenuto da una batteria sincopata, chitarre sature, synth e dall’intreccio delle due voci.
Il singolo è il risultato di un lavoro durato quasi due anni, tra sperimentazione e sottrazione. In studio la band ha cercato di conservare l’impatto sviluppato dal vivo, lavorando allo stesso tempo sulle stratificazioni del suono. Il cambio di lingua ha fatto il resto, portando la scrittura verso forme meno dirette, più atmosferiche e prive di una risoluzione prevedibile.
“Caro Vecchio Neon” parte da una batteria molto presente e sincopata. È nato prima il ritmo oppure il resto della canzone?
In realtà è tutto venuto fuori come un unico blocco. Può capitare che il nostro processo di scrittura parta da un bozzetto con una forma già ben definita, ma in questo caso arpeggio di chitarra e sezione ritmica si sono consolidati in un dialogo reciproco: non sapremmo dire cosa è venuto prima.
Avete scelto di costruire una tensione che continua ad accumularsi senza cercare necessariamente una grande esplosione finale. Come siete arrivati a questa soluzione?
Nel corso degli anni abbiamo sviluppato una sensibilità sempre maggiore per le atmosfere oblique, dentro alle quali la tensione, invece di risolversi ed esaurirsi in una esplosione melodica, si trattiene, procede per accumulo. All’interno di Caro Vecchio Neon siamo andati alla ricerca di questo equilibrio precario: il limite prima dell’esplosione, il punto di massima intensità prima che venga giù tutto.
Le doppie voci sono uno degli elementi che considerate più rappresentativi della vostra scrittura. Come lavorate sugli intrecci vocali?
È vero, l’intersecarsi delle due voci, la mia e quella di Francesco, costituisce un elemento essenziale del nostro sound. Le due voci ci servono proprio per raccontare la frattura, la distanza cui anche il racconto di David Foster Wallace, di cui il brano riprende il titolo, cerca di dare forma. Le armonizzazioni presenti sul disco sono il frutto di un lungo lavoro che io Francesco abbiamo fatto assieme ai nostri due producer, Joey Santoro e Andrea Caccese.
Chitarre sature e synth convivono senza che uno dei due mondi prenda completamente il sopravvento. Quanto tempo avete dedicato alla ricerca di questo equilibrio?
Il disco è l’esito di un processo durato quasi due anni, dentro al quale abbiamo avuto modo di esplorare diversi percorsi e soluzioni sonore. Queste sperimentazioni sono però state condotte con in mente un obiettivo ben chiaro: dare corpo ad un sound che, da un lato, fosse il più fedele possibile a quello sviluppato in sala e nei live e che, dall’altro, rendesse conto di tutte le stratificazioni, gli intrecci e le complessità che le singole canzoni reclamavano. Le scelte che abbiamo fatto in fase di registrazione si situano all’incrocio di queste due direttrici, con tutte le contraddizioni e le esitazioni che queste si portavano dietro.
Avete raccontato di aver modificato diversi passaggi direttamente in studio. Qual è il cambiamento che ha inciso maggiormente sulla versione definitiva?
Sì, come dicevo il lavoro in studio è stato essenziale per trovare quell’equilibrio, precario ed instabile, che sarebbe stato impossibile da costruire solo attraverso il songwriting. In particolare, si è trattato di un doloroso lavoro di sottrazione: togliere tutto il superfluo per lasciar brillare il necessario.
Se confrontate questo singolo con i vostri lavori precedenti, dove sentite maggiormente l’evoluzione dei Tidal Waves?
Beh, innanzitutto questo è il primo lavoro in italiano che pubblichiamo, ed in questo c’è sicuramente una novità di grande portata. Se l’inglese ha una maggiore musicalità e permette anche di “nasconderti” dal punto di vista testuale, l’italiano ti costringe ad esporti, non solo da un punto di vista puramente lessicale, ma anche per ciò che riguarda il ritmo e la cadenza di ciò che stai cantando. Anche musicalmente, il lavoro porta i segni del cambio della lingua: i brani si sono fatti meno diretti, più opachi, più atmosferici. Lo sviluppo delle parti procede per accumulo invece che svilupparsi secondo una direzione lineare: come per le nostre vite, abbiamo scoperto che non c’era nessun fine, nessuna chiusura del cerchio cui approdare.





