Erisu

Erisu: «Le Dee sconfitte continuano a esistere oltre il tempo»

Le Erisu tornano con “Ghost of Ninive”, un brano che guarda alla storia di Babilonia e alla sua distruzione da parte degli Assiri. Da qui parte il racconto delle antiche divinità femminili babilonesi, allontanate dai loro luoghi di culto dopo la sconfitta della città, ma non cancellate dalla memoria.

Il singolo si concentra proprio su ciò che resta dopo la caduta di una civiltà. Ninive diventa il simbolo del potere dei vincitori, che non si limita alla conquista di un territorio, ma può arrivare a cancellarne culti, tradizioni e figure considerate parte della cultura sconfitta.

In “Ghost of Ninive” le Dee, però, continuano a esistere. I loro nomi tornano più volte nel brano, quasi come un richiamo, e diventano il segno di una memoria che resiste nonostante il passare del tempo.

Per Diffusioni Musicali abbiamo intervistato le Erisu per parlare della storia da cui nasce il singolo, del rapporto tra mito e memoria e di ciò che queste antiche figure possono raccontare ancora oggi.

“Ghost of Ninive” parte dalla sconfitta delle antiche Dee e dalla possibilità di un loro ritorno. Perché avete scelto proprio questo mito come punto di partenza del nuovo singolo?
Il brano racconta della distruzione di Babilonia da parte degli Assiri. In questo contesto di guerra e distruzione, le divinità femminili babilonesi vengono allontanate ed i loro luoghi di culto distrutti insieme al resto della civiltà, ma l’incipit del brano parte proprio con la rievocazione dei loro nomi.
Volevamo dare voce a quello che succede dopo la sconfitta. Infatti esse continuano ad esistere al di là del tempo, e sono in attesa di essere rievocate, pronte a tornare.

Nel brano le Dee non sono definitivamente scomparse, ma attendono nell’ombra che arrivi nuovamente il loro tempo. Che cosa rappresenta per voi questa presenza ancora latente?
Un tempio può essere distrutto, un culto può essere proibito e i nomi delle divinità stravolti, ma c’è qualcosa che è in grado di sopravvivere e resistere attraverso la memoria e i racconti delle persone. Le divinità femminili abitano quello spazio. È uno spazio che per noi rappresenta resistenza e forza interiore.

Ninive diventa simbolicamente il luogo di passaggio da una civiltà legata al principio femminile a una fondata sulla guerra e sul dominio. Quanto è importante la dimensione storica e mitologica nella vostra scrittura?
Molto. La dimensione storica e mitologica ci consente di dare una forma concreta a storie che sentiamo a noi vicine. In questo brano, Ninive rappresenta lo stato del “vincitore”, ovvero il potere di decidere che cosa verrà ricordato e cosa no. È il momento in cui chi siede sul trono può stabilire quale sia la voce sacra e quale invece debba essere dimenticata: è una violenza che va molto oltre il campo di battaglia e che si ripete nella storia dell’uomo ciclicamente.

La canzone assume progressivamente la forma di un’evocazione. Volevate che anche l’ascoltatore avesse la sensazione di prendere parte a una sorta di rito?
Certamente, e questo è reso molto evidente dal richiamo dei nomi delle Dee. La ripetizione mantrica dei nomi è volontariamente un’evocazione ritualistica.
Vorremmo che restasse la sensazione di aver partecipato a qualcosa. Poi eventualmente sarà l’ascoltatore a cercarne significato, dentro di sé o nella storia del brano.

Le Dee chiedono agli uomini di ricordare i loro nomi affinché non vengano dimenticate. Quanto è centrale nel brano il rapporto tra memoria e oblio?
È centrale perché l’oblio renderebbe definitiva la sconfitta. Invece, fintanto che qualcuno ricorda, la speranza di un ritorno sopravvive.

Se le antiche Dee di “Ghost of Ninive” tornassero simbolicamente nel nostro presente, quale pensate sarebbe il loro messaggio per l’uomo contemporaneo?
Abbiamo visto città morire, generazioni sottomesse, memorie cancellate, e l’uomo tuttora continua a reiterare comportamenti ricorsivi. Probabilmente direbbero: “Bene ragazzi, ora è il momento di lasciare fare a noi!”