Una linea di basso trascinante, nata quasi d’istinto, è diventata il punto di partenza di “She”, il nuovo singolo di Tony Fortunato. Attorno a quella prima intuizione l’artista, produttore e polistrumentista ha costruito un brano dinamico e immediato, nel quale il calore del funk incontra la struttura del pop e le sfumature della produzione elettronica.
Ogni elemento dell’arrangiamento trova il proprio spazio attraverso un accurato lavoro di sottrazione, pensato per mantenere il suono fluido, moderno e coinvolgente. Un ruolo importante è stato affidato anche al mix e al mastering di Romuald Klemm, scelto da Tony Fortunato per offrire al brano una profondità sonora vicina agli standard delle produzioni internazionali.
“She” rappresenta inoltre il primo tassello dell’EP “Blueprint”, un progetto che si svilupperà nei prossimi mesi attraversando atmosfere differenti. All’interno di questo percorso, il singolo incarna il momento più energico, ritmico e liberatorio.
Abbiamo intervistato Tony Fortunato per approfondire la nascita del brano, il suo modo di costruire gli arrangiamenti e il momento delicato in cui un artista deve smettere di modificare una canzone per affidarla definitivamente al pubblico.
“She” nasce da una linea di basso che definisci il cuore del brano. Quanto è stato importante partire proprio da quell’idea?
È stato fondamentale. Per me il basso non è mai un semplice strumento di accompagnamento, ma una vera e propria voce narrante: magari un po’ discreta perché si muove dietro le linee melodiche principali degli altri strumenti, ma rimane, insieme alla cassa e al rullante, l’autentica colonna vertebrale della composizione. Quella specifica linea di basso aveva un groove così forte e trascinante che ha dettato istantaneamente il ritmo del pezzo, il suo respiro e l’intera architettura sonora. Quando le fondamenta di un brano nascono così solide fin dal primo secondo, tutto il resto del lavoro si sviluppa quasi per attrazione naturale, come se ogni strumento gravitasse attorno a quel nucleo trovando spontaneamente il proprio posto.
Nel pezzo convivono funk, pop ed elettronica con grande naturalezza. Come hai lavorato per trovare questo equilibrio?
In realtà non c’è stata una pianificazione a tavolino, ma un processo piuttosto naturale guidato dal lavoro di sottrazione. Amo da sempre il calore e la fisicità del funk, l’efficacia immediata del pop e le infinite sfumature dell’elettronica. Il segreto è stato non lasciare mai che uno di questi mondi prendesse il sopravvento sugli altri: volevo che la produzione elettronica servisse a rinfrescare e modernizzare il groove, mentre la struttura pop faceva da collante per rendere l’ascolto fluido ed avvolgente. Ho cercato di far dialogare le macchine e gli strumenti organici con la stessa intesa che si creerebbe tra musicisti in carne ed ossa nella stessa stanza.
Da polistrumentista, quanto ti diverti a costruire ogni dettaglio dell’arrangiamento?
È in assoluto una delle fasi più appaganti di tutto il processo. Fin da bambino, quando ascoltavo la musica, la mia mente cercava d’istinto di isolare ogni singolo strumento per capire cosa stesse succedendo, come fosse stratificato il brano e smontarlo per coglierne ogni sfumatura. Era una sensazione così forte da darmi letteralmente i brividi, ed è un sentimento che oggi è rimasto del tutto intatto.
Quando ascolto i capolavori di “mostri sacri” come gli Steely Dan o gli ABBA, mi sento proiettato in un altro mondo: notare la genialità con cui hanno incastrato ogni dettaglio mi trasmette una profonda reverenza e mi fa sentire piccolo, ricordandomi che ho ancora tantissimo da imparare. Da bambino vedevo questi autori come persone dotate di veri e propri superpoteri. Oggi che mi trovo dall’altra parte a costruire i miei arrangiamenti, non ho certo l’arroganza di paragonarmi a loro, ma la meraviglia, l’emozione e la soddisfazione che provo nel dar vita a una mia traccia sono a dir poco enormi.
Hai affidato mix e mastering a Romuald Klemm. Cosa cercavi da una collaborazione internazionale?
Cercavo uno sguardo esterno e soprattutto un orecchio abituato agli standard del mercato globale. Quando si lavora così a fondo su ogni dettaglio della produzione, arriva un momento in cui diventa fondamentale confrontarsi con una prospettiva fresca, capace di prendere tutto il materiale sonoro e portarlo al suo massimo potenziale. Volevo che “She” avesse un suono moderno, tridimensionale e profondo, capace di competere ad altissimi livelli sia all’ascolto in cuffia che su un grande impianto. Il tocco e la sensibilità di Romuald hanno dato esattamente quel collante definitivo, garantendo un master brillante e potente che valorizza al meglio sia il calore degli strumenti che l’impatto della produzione elettronica.
Qual è stato il momento in cui hai capito che “She” era pronta per essere pubblicata?
La verità? Per me, e credo per chiunque faccia musica, un brano non è mai veramente pronto! Arriva un momento in cui devi praticamente sforzarti e “sbatterlo fuori di casa” per lasciarlo andare a vivere di vita propria, ed è un grande esercizio di forza di volontà. Quando si avvicina la scadenza, l’insicurezza prova a far da padrona e la mente inizia a giocarti strani scherzi: d’un tratto ogni dettaglio ti sembra un difetto, ti chiedi se quel volume a 1:23 sia leggermente troppo alto o se le frequenze alte in quella specifica sezione siano troppo invadenti.
Ho capito che “She” era pronta quando ho deciso di smettere di fare l’anatomia di ogni singola traccia e l’ho riascoltata dall’inizio alla fine come un semplice ascoltatore: il brano funzionava, scorreva in modo fluido, mi faceva muovere la testa ed esprimeva esattamente l’energia che volevo trasmettere. Lì ho capito che era giunto il momento di lasciarlo andare e consegnarlo al pubblico.
Cosa rappresenta questo singolo all’interno del tuo EP Blueprint?
“She” è la prima fondamentale tessera di questo mosaico che si comporrà passo dopo passo nei prossimi mesi. All’interno dell’EP Blueprint, rappresenta senza dubbio il momento più vivace, ritmico e scatenato: è il brano più “commerciale”, ma non nell’accezione ordinaria o scontata del termine. Intendo la sua capacità di essere immediato e travolgente, creando un bellissimo contrasto con le altre tracce del progetto, che esplorano sfumature più intime e una ricerca sonora ancora più profonda. Se l’EP è un viaggio con diverse atmosfere, “She” è esattamente quel momento di spensieratezza e liberazione che arriva alla fine di una lunga giornata.





