Gio DeCaprio

intervista a Gio DeCaprio

Dal 17 luglio 2026 è in rotazione radiofonica “Udinì”, il primo singolo di Gio DeCaprio per Jazzy Records disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 27 maggio.

“Udinì” è un brano ritmico e travolgente che fonde l’energia di riff marcatamente funky a un andamento teatrale e narrativo. La musica si muove con un passo dinamico — quasi fosse un piccolo numero scenico — capace di trovare un perfetto equilibrio tra l’immediatezza del groove e lo spessore della canzone d’autore.

Conosciamolo meglio!

Come e quando ti sei avvicinato alla musica? Quando hai pensato che fosse la tua strada?

Il mio primo incontro concreto con la musica risale all’infanzia. Per la prima comunione mio padre mi regalò un pianoforte verticale: un oggetto enorme, quasi misterioso, che improvvisamente entrò in casa e cominciò a occupare anche una parte importante della mia vita. Ho studiato pianoforte per alcuni anni, ma già allora avevo un rapporto poco disciplinato con la didattica tradizionale. Mi incuriosiva maggiormente cercare gli accordi da solo, riconoscere una melodia e provare a ricostruirla a orecchio.
Successivamente sono arrivati gli ascolti decisivi, soprattutto Pino Daniele, che mi ha aperto un mondo. Grazie alla sua musica ho scoperto come il blues, il jazz, il funk e la tradizione napoletana potessero parlare la stessa lingua. Anche l’esperienza vissuta negli anni Ottanta accanto a Nunzio Barraco è stata importante per la mia formazione. Non c’è stato, però, un momento preciso in cui ho pensato: “Questa sarà la mia strada”. La mia vita ha seguito un percorso meno lineare. Ho lavorato in una multinazionale, sono diventato avvocato e per molti anni la musica è rimasta una presenza privata, costante ma laterale. A un certo punto ho capito che non mi bastava più suonare per me stesso. Avevo accumulato storie, personaggi e pensieri che chiedevano di diventare canzoni. È stato allora che ho riconosciuto la musica come la mia strada, o forse sarebbe più corretto dire: come una strada che non avevo mai davvero abbandonato.

Raccontaci del tuo singolo Udinì”: ispirazione, videoclip e suggestioni.

“Udinì” nasce dal fascino che ho sempre provato per l’illusionismo e, soprattutto, per quella zona indefinita che separa la magia dall’inganno. Il titolo richiama inevitabilmente Houdini, ma il protagonista della canzone non vuole essere un ritratto biografico del celebre illusionista. È un personaggio inventato, più fragile, ironico e contraddittorio. Il mio Udinì è qualcuno che sa attirare gli sguardi, promettere fughe impossibili e liberarsi dalle catene. Almeno in apparenza. Dietro il numero da prestigiatore, infatti, c’è una persona che prova a sottrarsi ai propri limiti e forse anche a una realtà che gli sta stretta. In questo senso il brano parla un po’ di tutti noi: delle gabbie che costruiamo, dei ruoli nei quali restiamo intrappolati e del bisogno di credere che esista sempre una via d’uscita. Musicalmente desideravo un brano dinamico, con un andamento quasi scenico. Ci sono il groove, l’ironia e una certa leggerezza, ma anche un fondo più malinconico. La magia diverte, però nasce spesso dal desiderio di vedere qualcosa di diverso da ciò che abbiamo davanti.
Il videoclip sviluppa proprio questa atmosfera. Abbiamo cercato di tradurre la canzone in un piccolo racconto per immagini, giocando con la teatralità, l’illusione e una dimensione vagamente cinematografica. Non volevo che il video spiegasse ogni passaggio del testo: preferivo che suggerisse un mondo e lasciasse allo spettatore la libertà di interpretarlo. Come in ogni buon numero di magia, una parte del meccanismo deve rimanere nascosta.

Quale artista del panorama italiano o internazionale ti ha influenzato maggiormente e con chi vorresti collaborare?

L’artista che ha inciso maggiormente sulla mia formazione è senza dubbio Pino Daniele. Non soltanto per il suo linguaggio musicale, ma per la libertà con cui ha saputo mettere insieme mondi apparentemente distanti. Nella sua musica potevano convivere Napoli e l’America, la tradizione e la sperimentazione, la melodia popolare e armonie molto raffinate. Quello che mi ha insegnato, indirettamente, è che non bisogna scegliere per forza una sola appartenenza. Si può partire dalle proprie radici senza trasformarle in una gabbia. È una lezione che sento ancora molto vicina quando scrivo. Tra gli artisti con cui mi piacerebbe collaborare, penso a Vinicio Capossela. Mi affascinano il suo rapporto con la parola, la capacità di creare personaggi e la dimensione teatrale delle sue canzoni. Sarebbe interessante incontrarsi su un terreno narrativo, prima ancora che strettamente musicale. In ambito internazionale direi Caetano Veloso, per la sua eleganza e per il modo in cui riesce a far convivere ricerca, identità culturale e immediatezza. Naturalmente parliamo di desideri, ma nella musica anche immaginare un incontro può essere un buon esercizio creativo!

Qual è la caratteristica che rende il tuo stile musicale unico e riconoscibile da parte di chi ti ascolta?

Credo che l’elemento più riconoscibile sia il modo in cui provo a mettere la narrazione al centro della musica. Le mie canzoni partono spesso da un personaggio, da una situazione o da una piccola scena. Mi interessa che chi ascolta non percepisca soltanto un suono, ma abbia la sensazione di entrare in un luogo e di assistere a qualcosa.
Dal punto di vista musicale, il mio linguaggio raccoglie influenze differenti: la canzone d’autore, il jazz, il funk, il blues, alcune suggestioni brasiliane e una sensibilità mediterranea. Non cerco però di esibire queste componenti separatamente. Devono fondersi e diventare funzionali al racconto.
Un’altra caratteristica importante è l’ironia. La utilizzo non per rendere tutto leggero, ma per osservare anche le questioni più serie da una prospettiva meno prevedibile. Mi piacciono i personaggi imperfetti, quelli che cercano di apparire diversi da ciò che sono e che, proprio nei loro difetti, finiscono per risultare familiari.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il progetto principale è la pubblicazione di Controtempo”, l’album anticipato da “Udinì”. È un lavoro che raccoglie storie diverse, legate però da una riflessione comune sul tempo: il tempo che passa, quello che crediamo di aver perduto, quello che tentiamo di recuperare e quello personale, che non sempre coincide con le aspettative degli altri. Per me è un disco particolarmente significativo perché rappresenta un nuovo inizio. Arriva dopo un percorso lungo, fatto anche di pause e deviazioni, ma non considero questa uscita tardiva: è arrivata nel momento in cui avevo davvero qualcosa da raccontare.
Dopo la pubblicazione vorrei portare i brani dal vivo, costruendo uno spettacolo che valorizzi anche la loro componente narrativa. Non immagino un concerto composto soltanto da una serie di esecuzioni, ma un viaggio tra musica, parole, atmosfere e personaggi. Mi interessa creare un rapporto diretto con il pubblico e raccontare, almeno in parte, ciò che si trova dietro ogni canzone.
Nel frattempo continuo a scrivere. Stanno già nascendo nuove idee e nuove storie, ma non sento il bisogno di forzare i tempi. Ho imparato che la musica segue un ritmo tutto suo: qualche volta arriva puntuale, altre volte si presenta quando pensavi di averla perduta.