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“Estasi e veleno”: Giuseppe Cucè racconta il disorientamento del nostro tempo

Con “Estasi e veleno”, Giuseppe Cucè firma un brano che intreccia energia musicale e riflessione, trasformando il disagio contemporaneo in un racconto fatto di immagini, simboli e contrasti. Tra influenze cinematografiche, una scrittura aperta a molteplici interpretazioni e un sound capace di coniugare immediatezza e profondità, il cantautore invita l’ascoltatore a interrogarsi sul rapporto con la realtà, i social e il modo in cui oggi viviamo le emozioni.

Lo abbiamo intervistato per Diffusioni Musicali per approfondire il nuovo progetto.

Più che una denuncia sociale, il brano sembra raccontare uno stato d’animo. Quanto c’è della tua esperienza personale in questo senso di smarrimento?
C’è molto di me, ma non nel senso autobiografico. È uno smarrimento che credo appartenga a molti. Viviamo in un’epoca in cui tutto corre velocissimo e si rischia di perdere il senso delle cose. “Estasi e veleno” nasce proprio da quella sensazione di disorientamento: cercare ancora un punto fermo mentre tutto sembra trasformarsi in spettacolo, persino il dolore. È una riflessione che parte da me, ma che vorrebbe parlare di un disagio collettivo.

Oggi siamo costantemente esposti a informazioni e opinioni. Pensi che il problema sia l’eccesso di contenuti o la difficoltà nell’interpretarli?
Credo che il problema non sia la quantità, ma la velocità con cui consumiamo tutto. Scorrendo i social possiamo vedere, nel giro di pochi secondi, l’immagine di un bambino mutilato dalla guerra e subito dopo quella di un influencer su uno yacht che pubblicizza un prodotto. Due realtà completamente diverse finiscono sullo stesso piano emotivo, come se avessero lo stesso peso. Il rischio è perdere la capacità di fermarsi, distinguere, elaborare. Non ci manca l’informazione: ci manca il tempo per darle un significato.

Nei tuoi testi lasci spesso spazio all’interpretazione. Ti interessa che ogni ascoltatore trovi un significato diverso?
Assolutamente sì. Le canzoni, per me, non sono sentenze ma luoghi d’incontro. Quando un brano viene pubblicato non appartiene più soltanto a chi lo ha scritto: diventa parte della storia di chi lo ascolta. Se ognuno riesce a trovarci una lettura diversa, significa che quelle immagini hanno continuato a vivere oltre le mie intenzioni. È questo che rende una canzone davvero viva.

Nel videoclip attraversi ambientazioni e simboli molto differenti. C’è una scena che sintetizza meglio il messaggio della canzone?
Più che una singola scena, credo sia l’intera visione del regista Gianluca Scalia a racchiudere il senso del brano. Insieme abbiamo cercato un linguaggio cinematografico che non illustrasse semplicemente la canzone, ma la ampliasse attraverso simboli e contrasti, ispirandoci a quella capacità tutta italiana di trasformare il reale in metafora, che ritroviamo in Federico Fellini e in Paolo Sorrentino.
La presenza della special guest Cori Amenta, modella e DJ dall’immagine fortemente iconica, diventa uno degli elementi centrali di questo racconto visivo. Accanto a lei compare un Uomo Ragno volutamente lontano dall’idea del supereroe: piccolo, esile, quasi vulnerabile. Il suo rapporto con una figura statuaria come Cori vuole suggerire che la diversità può trasformarsi in un’occasione di incontro e di bellezza, ma anche ricordare quanto spesso continuiamo a filtrare le persone attraverso i pregiudizi e gli stereotipi.
Un altro simbolo a cui tengo particolarmente è quello del Cristo. Non è rappresentato come un’icona distante o irraggiungibile, ma come un uomo, con tutta la sua fragilità. Prima ancora dello spirito, c’è l’essere umano. Mi interessava restituire un’immagine profondamente terrena, perché credo che il sacro possa manifestarsi anche nella vulnerabilità, nell’imperfezione e nella capacità di condividere il peso dell’esistenza

Quanto è stato importante trovare un equilibrio tra profondità del testo e forza musicale del brano?
È stata probabilmente la sfida più grande. Volevo una canzone che facesse muovere il corpo ma che, una volta terminata, continuasse a muovere anche i pensieri. Amo l’idea che un brano possa avere due livelli di ascolto: uno immediato, fatto di ritmo ed energia, e uno più profondo, che emerge con il tempo. Quando musica e parole riescono a sostenersi a vicenda, allora nasce qualcosa che può durare oltre il primo ascolto.

Dopo aver pubblicato “Estasi e veleno”, c’è una riflessione che senti ancora aperta?
Sì. Continuo a chiedermi quanto siamo davvero liberi nel nostro modo di guardare il mondo. Se le emozioni che proviamo sono ancora nostre oppure vengono orientate da ciò che gli algoritmi decidono di mostrarci. Non credo che un artista debba offrire risposte definitive. Il suo compito è continuare a fare domande, anche quelle più scomode. Se “Estasi e veleno” riuscirà a lasciare qualche interrogativo aperto, allora avrà raggiunto il suo obiettivo.