Fred Gets Lost è un progetto elettronico originario della Lunigiana, guidato dal duo composto da Francesco Mazzali e Diego Bergantini. Tra sound design, scrittura narrativa e influenze che spaziano dalla musica classica all’hip hop, il progetto costruisce un universo sonoro cinematografico e fuori dagli schemi. Dopo il debutto con “E. Please Buy Your Seat”, il duo continua ad anticipare il proprio concept album — in uscita dopo l’estate — con nuovi capitoli sonori: mercoledì 27 maggio arriverà infatti il nuovo singolo “D. Can You See My Eyes?”. Li abbiamo intervistati per approfondire il loro percorso artistico, il rapporto tra caos e controllo e la visione dietro il progetto Fred Gets Lost.
“E. Please Buy Your Seat” sembra un punto di rottura più che un esordio: cosa avete deciso di lasciare indietro, davvero, per arrivare qui?
Hai centrato il punto. Questo brano è estratto da un concept album e nella storia che vogliamo raccontare non è l’inizio del viaggio ma il punto di svolta. E in questo punto viene lasciato alle spalle il senso di controllo da qualcosa di esterno, le voci che ti dicono chi dovresti essere. Accettiamo che la musica possa essere un’esperienza quasi terapeutica con cui abbiamo lasciato indietro la paura di mostrarci per quello che siamo davvero.
Nel brano c’è una tensione costante tra controllo e perdita: per voi creare musica è più un modo per governare il caos o per lasciarlo parlare?
È un equilibrio sottile. All’inizio lasciamo parlare il caos: ci facciamo guidare dal suono puro senza troppi preconcetti. Poi, però, arriva il momento di “inscatolare” quel caos per trasformarlo in una canzone. Per noi dare una struttura è fondamentale per rendere il messaggio comprensibile.
Il vostro processo parte spesso dal suono e poi si struttura in modo quasi “visivo”: quanto conta per voi dare una forma precisa alle emozioni, invece di lasciarle ambigue?
Effettivamente quando lavoriamo usiamo grafici e disegni proprio per visualizzare l’andamento emotivo dei pezzi. Non ci piace l’ambiguità fine a se stessa o essere troppo concettuali, però crediamo che sia importante non definire mai del tutto le emozioni delle canzoni: è proprio un po’ di ambiguità che lascia spazio all’ascoltatore.
Mescolate influenze molto lontane tra loro: quando capite che un pezzo funziona davvero e non è solo un collage ben fatto?
Lo capiamo quando il mix di generi — dalla classica all’hip hop — trova un suo contesto naturale e non ha bisogno di spiegazioni per essere ascoltato. Se il brano scorre e arriva dritto senza risultare “troppo cervellotico”, allora sappiamo che abbiamo fatto un buon lavoro. Il trucco è rubare ovunque, ma rendere tutto parte di un unico universo sonoro.
Avete parlato di un album come di un viaggio: è qualcosa che si scopre strada facendo o avete già chiaro dove volete arrivare?
Il nostro album è già finito e verrà pubblicato dopo l’estate, quindi noi sappiamo sicuramente dove arriva la storia. Si parla di un viaggio che è più interiore che materiale, in cui c’è una profonda evoluzione del protagonista fino a un finale che noi stessi non abbiamo voluto risolvere completamente. I singoli che pubblicheremo sono come dei trailer della storia, in cui cerchiamo di non fare troppi spoiler.
Dal vivo i pezzi cambiano pelle: quanto vi interessa sorprendere chi vi ascolta rispetto al restare riconoscibili?
In studio siamo molto elettronici, ma sul palco ci piace sporcare il suono con strumenti tradizionali grazie alla nostra band (Fabio, Luigi, Francesco e Nicola). Ci interessa che l’esperienza del live sia vera e diversa dal disco: la struttura resta quella, ma la sonorità deve sorprendere.
Cosa vi riserverà l’estate ormai in arrivo?
Per quest’estate l’obiettivo è portare in giro il nostro mondo, continuare a sperimentare dal vivo e preparare il terreno per quello che verrà. Abbiamo in programma di rilasciare altri singoli, il prossimo uscirà il 27 Maggio e si intitola “D. Can You See My Eyes?”.





