Il nuovo singolo di Rocco Giordano è un atto di coraggio artistico e civile. “M1” nasce dalla solitudine berlinese e approda a Roma come urlo contro droga e guerra. Con influenze pinkfloydiane e immagini forti, il brano diventa manifesto sonoro di resistenza e bellezza.

Com’è nato il singolo M1 e che significato ha per te a livello personale?
M1 è esigenza di esprimere un bagaglio di conoscenze interne, e poi è l’occasione di un riscatto sociale. La mia occasione di poter dire di no, un bel no agli orrori creati dalla droga e dalla guerra. Un no secco e distinto, senza mezzi termini, sperando che venga ascoltato insieme ai tanti no che si stanno facendo sentire negli ultimi giorni. Da tutti gli artisti che stanno alzando la testa, e da coloro che stanno prendendo una posizione e che vengono o imbavagliati e censurati, oppure ignorati. Ma questi no sono sempre più presenti e sempre più forti, arrivano da ogni direzione e tra poco non potranno più essere ignorati.
Hai scelto di trasmettere un messaggio forte anche attraverso il videoclip. Quanto è stato difficile trattare tematiche come la dipendenza e la guerra?
Ripeto, è stata un esigenza, il non restare fermi e complici a guardare, cercare di unirsi ad un urlo collettivo che non può essere ignorato. Prendere una posizione netta e distinta, difendere i nostri diritti, i diritti conquistati con le lotte e non fare come nel film la zona di interesse. Sembra come il ripetersi di quella situazione in cui la famiglia felice vive il proprio agio e privilegi, mentre nel muro accanto stanno soffocando con il gas i deportati nei lagher.
Nel brano si sente chiaramente l’influenza dei Pink Floyd. Quanto hanno inciso sulla tua formazione musicale?
I Pink Floyd sono stati fondamentali nella mia formazione, ho sempre cercato di suonare col cuore e non con la tecnica, che è la strada che ha aperto David Gilmour, in questa cosa è ineguagliabile. Un altra cosa che mi ha influenzato dei Pink è la continua ricerca sonora, infatti il suono mi ha sempre affascinato e lo ho sempre studiato e ricercato in tutte le sue sfaccettature prediligendolo alla tecnica.
Cosa ti ha lasciato l’esperienza berlinese, artisticamente e umanamente parlando?
Umanamente ho avuto modo di affrontare la solitudine e trarne gli elementi per poterne uscire con il suono. Il distacco era grosso e avevo a disposizione il suono per colmare questo grosso gap, perciò ce l’ho messa tutta per farmi sentire e una volta tornato a Roma ho portato con me questa attitudine. Il progetto iniziale era di studiare la città per un eventuale trasferimento e una crescita artistica, poi ho pensato che sarebbe stato un troppo. Sono troppo vecchio per avventurami così tanto, e poi Roma non è così tanto male, ho il mio quartiere i miei amici e penso che invece di crescere artisticamente mi sarei spento velocemente. Sicuramente mi sarei perso umanamente, perciò una volta tornato mi sono rimbocatto le maniche e ho pensato a guardare avanti e a costruire delle basi solide.
Qual è il messaggio che speri arrivi a chi ascolta M1?
Io spero che nell’ascolto del brano arrivi un senso di speranza in un mondo migliore, che poi è quello che ho voluto trasmettere anche nel video che per quanto crudo ma con lieto fine, come dicevo è un alzare la testa, e si alza la testa quando non ci si rassegna, quando si nutrono speranze, quando ci si batte per I propri diritti .Perché nessuno ce li regala, vanno conquistati, e una volta fatto questo non bisogna abbassare la guardia, perché se ci si ferma un attimo vengono o negati o ci vengono tolti. È una battaglia continua per il pane quotidiano che deve essere combattuta ogni giorno.








