Con “Furnace Creek”, il loro ultimo singolo, i Suez tornano a raccontare le contraddizioni dell’esperienza umana attraverso una scrittura che non cerca risposte definitive, ma lascia spazio a prospettive diverse, anche inconciliabili. Il brano diventa così un terreno di confronto tra responsabilità, relazioni e interpretazioni personali, senza imporre all’ascoltatore una morale o una verità da accettare. È un approccio che riflette anche la storia della band cesenate, da oltre vent’anni fedele a un’idea di musica come spazio di libertà, ricerca e continua trasformazione. Per i Suez, infatti, scrivere significa prima di tutto mettersi in discussione: tornare sulle proprie convinzioni, attraversare momenti diversi e non accontentarsi di ripetere formule già sperimentate. In questa intervista parliamo di prospettive, cambiamenti, autoanalisi e del lungo lavoro che si nasconde dietro una canzone, compresa la scelta di lasciare inedita gran parte della propria produzione pur di pubblicare soltanto ciò in cui si riconoscono davvero.
Suez: «Non ricerchiamo disperatamente followers, siamo molto lontani dalle logiche di mercato»

In “Furnace Creek” la vicenda sembra cambiare significato a seconda di chi la attraversa: un adulto può leggerla attraverso le proprie responsabilità, mentre un bambino la osserva senza avere necessariamente gli strumenti per comprenderla fino in fondo. Come avete lavorato per tenere insieme queste due prospettive senza far prevalere quella degli adulti?
Non siamo così convinti che un bambino non abbia gli strumenti per comprendere la realtà. La comprende a modo suo, così come fa ogni adulto. Si tratta, come sempre, di prospettive: ascoltare un brano, prendere una decisione qualsiasi, dalla più banale alla più importante, è sempre una questione di prospettiva. Non esiste un modo giusto e uno sbagliato, non esiste l’interpretazione corretta, ogni interpretazione ha una sua ragione di esistere. Questo perché, fortunatamente, non esistono due individui uguali. Ci possono essere affinità, modi simili di affrontare la vita, ma pensare di essere in possesso della verità, con la V maiuscola, è un palese errore di presunzione.
Lo stesso vale per la musica: chi si crede migliore di chiunque altro non avrà mai la nostra comprensione. Ci sono ovviamente le categorie e diversi gradi di talento, ma chiunque deve essere libero di esprimersi nel migliore dei modi. Così come ognuno può leggere nei nostri testi la sua personale verità.
Il brano racconta una situazione personale senza trasformarla in una lezione su come si dovrebbe vivere o comportarsi. Quando scrivete di relazioni e scelte difficili, come capite dove fermarvi con le interpretazioni e lasciare che siano gli ascoltatori a decidere cosa pensare?
Si tratta di un problema che non ci siamo mai posti, nella scrittura così come nella vita. La musica è una delle principali e più importanti forme di libertà. Puoi farne ciò che vuoi, decidere di ascoltarla come e quando vuoi, così come ignorarla, criticarla, fino ad arrivare a odiarla o amarla con tutto te stesso.
Non abbiamo mai avuto intenzione di “fermarci con le interpretazioni”, raccontiamo la nostra versione della storia. Qualcuno può trovarla perfettamente cucita su misura, qualcun altro può ritrovarsi a una distanza di chilometri. È la cosa più bella e preziosa della musica, un principio fondamentale che non tradiremo mai.
Avete scelto il nome di un luogo estremo, Furnace Creek, per raccontare una condizione interiore. Vi interessa che un’immagine geografica suggerisca qualcosa che sarebbe più difficile esprimere attraverso una descrizione emotiva diretta? Quanto conta, nella vostra scrittura, trovare un paesaggio capace di contenere una storia?
Non è una priorità, a volte capita ed è giusto così, altre volte i nostri brani sono distopici e irreali, altre volte calati perfettamente nell’attualità, storica, culturale o geografica. Non è una lezione all’università, sono espressività e creatività che cercano una via d’uscita, un modo per concretizzarsi, abbandonando l’eterità del pensiero per prendere forma nelle note e nelle parole.
La nostra musica e i nostri testi sono parti fondamentali e complementari del nostro progetto. Un’immagine è sempre un viatico potente, ma non è l’unica strada possibile.
Dopo oltre vent’anni di attività, è inevitabile che cambino il modo di vivere le relazioni e la percezione delle conseguenze delle proprie scelte. C’è qualcosa che oggi riuscite a raccontare proprio perché avete accumulato esperienze, ma che da più giovani avreste probabilmente trasformato in una canzone completamente diversa?
Tutto ciò che abbiamo scritto, se lo avessimo fatto in un altro momento, avrebbe avuto una forma completamente diversa. Ci ritroviamo spesso a comporre un brano, magari lasciarlo in disparte per un po’, per poi riprenderlo in un secondo momento. Il risultato? Sempre qualcosa di diverso.
Questa è una prerogativa non legata agli anni, ma ai singoli momenti della vita, anche quotidiani. Oggi ti senti a mille, domani a terra, oggi tutto sembra girare per il verso giusto, domani è un assoluto disastro. Non è bipolarismo o lunaticità, è semplicemente lo scorrere del tempo, che per quanto breve, modifica drasticamente il modo di percepire le cose.
Nelle nostre produzioni abbiamo sempre ricercato assiduamente questa “diversità”, abbiamo sempre scartato qualsiasi brano troppo simile a un altro scritto in precedenza. Forse è questo il segreto che ci tiene uniti ancora dopo tanto tempo?
Nel brano sembra esserci una tensione tra il desiderio di avere ragione e la possibilità di entrare davvero nel mondo di un’altra persona. Vi è mai capitato, durante la scrittura, di accorgervi che una canzone vi stava chiedendo di mettere in discussione una convinzione anziché confermarla?
Sempre, ogni singola volta. Scrivere un brano è una sorta di seduta di autoanalisi. Ci confrontiamo con noi stessi, spesso dolorosamente, ma solo dai sentimenti più veri, estremi, potenti, riusciamo a rendere al meglio.
Se ci trascinassimo stancamente seguendo lo stesso spartito, avremmo già smesso di suonare da tempo. Probabilmente a questa età ci saremmo ritrovati a un torneo di burraco. Per esistere abbiamo bisogno di soffermarci a riflettere su cosa ci sta accadendo, ogni nota deve essere un grido di dolore. Ogni parola una nuova genesi.
“Furnace Creek” segna il ritorno dei Suez dopo un periodo di silenzio. Riprendere a pubblicare musica dopo una pausa significa anche confrontarsi con ciò che è cambiato fuori e dentro la band: quali aspetti del vostro modo di scrivere avete ritrovato intatti e quali, invece, avete dovuto imparare nuovamente ad abitare?
Abbiamo sempre continuato a comporre e scrivere canzoni, il fatto di non pubblicarle non significa immobilismo. Il nostro ritorno non è una sorta di revival, come alcune band decidono di riproporre dopo anni di inattività. Non ci siamo mai fermati.
Il punto è stato, come sempre, trovare qualcosa che valga la pena di pubblicare, qualcosa che sia meglio di tutto ciò che avevamo già fatto, qualcosa che ci rendesse soddisfatti. La nostra testardaggine nel ricercare sempre la migliore versione dei Suez ci ha portato a scrivere centinaia di canzoni per poi pubblicarne poco più di una trentina. E ti possiamo garantire che non sono i nostri migliori brani in assoluto. Semplicemente quelli a cui siamo più legati, quelli che abbiamo ritenuto meritevoli.
Non ricerchiamo disperatamente followers, siamo molto lontani dalle logiche di mercato. Nel bene e nel male, prendere o lasciare.









