Ci sono storie in cui la musica non è una scelta ponderata, ma un’esplosione improvvisa, un’urgenza arrivata a stravolgere i piani e a tracciare una via di riscatto. È il caso di Anastasia Anniemore, autrice e mente creativa originaria della Bielorussia che, dopo studi in giornalismo televisivo e pianoforte, ha ridefinito la propria vita in Italia partendo da un foglio bianco. Trasformatasi in una vera e propria factory indipendente “tutto in uno” — capace di curare testi, arrangiamenti, aspetti legali, video e persino una raccolta di liriche —, Anastasia ha dato vita a un format collaborativo unico nel suo genere, coordinando a distanza ben 30 interpreti diversi della scena indipendente.
In occasione dell’uscita in radio del nuovo singolo “Tango” (disponibile dal 10 luglio), un’intensa traccia pop-soul estratta dal Volume 2 del suo EP e interpretata dalla potente voce di Dalia, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lei. Ci ha raccontato la genesi di questo brano basato sui passi a due e sulle sfumature della femminilità, la sua evoluzione editoriale tra le poesie in lingua russa e i testi in italiano, e la sua personalissima visione della musica intesa come pura vocazione condivisa, lontana dalle rigide logiche del business. Ecco la nostra intervista.
La tua storia affonda le radici in Bielorussia, tra gli studi in giornalismo televisivo e lo studio del pianoforte dall’infanzia, prima del tuo trasferimento in Italia dove hai dovuto ricominciare da zero. Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la scrittura di canzoni e la musica in lingua italiana sarebbero state la parte fondamentale della tua vita e del tuo riscatto?
Non pensavo affatto di fare musica. Non faceva parte dei miei sogni, così come non avevo mai immaginato di scrivere poesie. Non sapevo nemmeno di esserne capace.
Poi è successo tutto in un giorno, in modo quasi inspiegabile, come se fossi stata attraversata da qualcosa. È arrivata un’energia, una spinta fortissima. È diventata un’ossessione ma anche un modo di vivere.
Ho iniziato ad aspettare la sera, quel momento in cui il mondo si ferma, per sedermi davanti a un foglio bianco e mettere nero su bianco le mie sensazioni. Ogni volta è una sorpresa anche per me: non so mai da dove partirò né che tipo di canzone nascerà. Succede e basta e spesso il risultato mi lascia quasi sconvolta.
Quando ho capito che senza questo rito mi mancava qualcosa, la scrittura è diventata prima uno stile di vita. Poi, quando ho iniziato a produrre i brani e ho trovato l’entusiasmo dei cantanti nel interpretarli, è diventata anche il mio impegno quotidiano, la mia direzione.
Per dare vita a questo progetto hai selezionato online 30 interpreti diversi (27 italiani e 3 stranieri) tramite un immenso lavoro di scouting sui social. Che rapporto hai costruito con la scena musicale del nostro Paese e ti senti in qualche modo parte o “regista” di una nuova e variegata comunità artistica nata interamente a distanza nell’era digitale?
Scrivere canzoni, per me, è sempre stato più semplice che costruire relazioni: quando scrivo ci siamo solo io e una forma di energia pura. Lavorare con le persone, soprattutto a distanza, è tutta un’altra sfida.
Con questo progetto però ho voluto creare qualcosa di preciso: un format collaborativo che funzionasse come un “moltiplicatore”. Un palcoscenico condiviso, capace di unire artisti indipendenti invece di lasciarli soli a muoversi nello stesso spazio.
Non tutti però sono pronti a questo approccio. Molti scelgono ancora un percorso individuale, come negli sport non di squadra. È una scelta, ma io continuo a credere che, soprattutto nella scena indie, unire le forze possa fare la differenza.
In Italia esistono molte iniziative per emergenti, ma spesso seguono logiche diverse, più vicine al business e allo spettacolo. Io invece immaginavo qualcosa che partisse dalla musica come vocazione: quella che nasce lontano dai riflettori, nei piccoli studi, nei “garage”, dove non si cerca di vendere un’immagine ma di creare qualcosa di vero.
La particolarità del mio progetto è che proponevo i miei brani, già scritti, e non chiedevo nulla agli artisti. Mi assumevo io tutto: produzione, pubblicazione, promozione. Loro portavano la voce, l’identità, l’interpretazione. E, nel caso in cui un brano trovasse il suo pubblico, anche i risultati sarebbero stati condivisi.
Era, ed è, un’idea di collaborazione reale. Non mi vengono in mente altri format costruiti esattamente su queste condizioni.
Resta da capire quanto questo modello possa funzionare nel tempo: forse potrò dirlo davvero solo tra un anno, quando il progetto sarà completo. Intanto continuo a credere nel valore della condivisione e nella scoperta di nuove voci per fare la Musica insieme.
Il 10 luglio esce in radio “Tango”, interpretato dalla potente voce di Dalia ed estratto dal Volume 2 del tuo EP. Se dovessi descrivere questo specifico singolo con tre parole, quali sceglieresti per riassumere la sua anima pop-soul e il suo significato?
Tre parole sono sempre una sfida, soprattutto quando si tratta di qualcosa di così stratificato. Però ci provo: direi consapevolezza, fuoco e rinascita.
“Tango” è un incontro-scontro continuo, una tensione che cerca la propria armonia. È fatto di contrasti, di attrazione e resistenza, di emozioni che si accendono e si trasformano. Proprio per questo richiede una voce passionale, capace di muoversi dentro le sfumature del pop-soul, un linguaggio che da sempre sa raccontare l’amore, il desiderio e le fragilità in modo diretto e profondo.
Serve una voce che non abbia paura di esporsi, di vibrare davvero, di “tremare” sulle note per arrivare poi a risuonare nei cuori di chi ascolta. Ed è esattamente quello che succede con la voce di Dalia, che riesce a dare corpo e verità a ogni sfumatura emotiva del brano
“Tango” usa i passi a due come metafora dei legami sentimentali, dove la donna suggerisce la direzione con un semplice cambio di peso o uno sguardo. C’è una frase o un verso di questo brano (o, se preferisci, dell’immagine poetica di “vicini, così lontani, che sognano di stare vicini”) a cui sei particolarmente legata come autrice?
La frase a cui sono più legata è:
“Allora guidami finché io sto nel gioco
e seguo il tuo passo, poi mi giro
in te al massimo aumento il fuoco
finché al tuo ritmo io respiro”
In questo brano sento molto forte l’idea che l’armonia, quando è possibile, dipenda spesso dalla donna. È lei che, anche nei momenti di tensione, prova a orientare l’energia, a trovare un equilibrio, a dare una direzione. Porta con sé una forma di femminilità che è anche accoglienza, intuito, quasi una forza materna — non nel senso debole, ma nel senso di chi sa contenere e trasformare.
Nel “Tango” questa dinamica diventa un dialogo continuo tra due forze diverse: una più istintiva, l’altra più consapevole. E, come nel ballo, tutto è possibile solo finché la donna decide di restare sulla pista: nel momento in cui sceglie di non continuare, l’uomo da solo non può fare più nulla. L’incontro esiste solo se è un sì reciproco.
Il Volume 2 racchiude cinque tracce nate tutte dalla tua penna, che spaziano dal pop progressive al soul urban, fino a sfumature più introspettive. Ti capita mai di riascoltare il tuo primissimo singolo in italiano “Quest’autunno” o le prime poesie che scrivevi in russo? Che effetto ti fa notare la tua stessa evoluzione produttiva ed editoriale?
Il mio primo singolo in italiano, “Quest’autunno”, lo riascolto raramente, ma ogni volta che succede sento chiaramente quanto sia stato importante. È un brano nato senza nessun vincolo: non pensavo alla voce per cui sarebbe stato cantato, né a un genere preciso, né a qualche aspettativa esterna. È stato istintivo, spontaneo, e proprio per questo credo che rappresenti una direzione che mi piacerebbe riprendere nei lavori futuri, perché mi rispecchia in modo molto autentico.
Le poesie in russo, invece, le rileggo più spesso. I miei testi sono raccolti sul sito dell’Unione degli scrittori russi, e vedere ogni giorno decine di persone che li leggono è anche un’occasione per me per tornarci sopra. A volte ritrovo brani che non ricordavo nemmeno più, alcuni li sento “deboli” dal punto di vista della composizione, altri invece mi sorprendono al punto che mi chiedo: “Ma davvero l’ho scritto io?”. Quando succede, nasce subito il desiderio di trasformarli in testi in italiano e poi in canzoni. La mia evoluzione, in fondo, la vedo proprio lì: in questo dialogo continuo tra le lingue, tra la me di ieri e quella di oggi, che non smette mai di riscriversi.
Ti sei trasformata in una vera e propria etichetta indipendente “tutto in uno”, curando i testi, gli arrangiamenti, gli aspetti video, legali e perfino un libro che raccoglie le tue liriche. Guardando al futuro e ai prossimi volumi in uscita, dove pensi che ti porterà questo ambizioso viaggio musicale?
Non lo so. So solo che, da parte mia, posso continuare a fare ciò che sto facendo finora, mettendoci il cuore, l’entusiasmo e tutto l’impegno possibile. La sfida più grande, per me, è non perdere questa energia.
Il pubblico in questo senso è fondamentale: quando una canzone arriva a qualcuno, quando sento che dall’altra parte c’è una risposta vera, è come una ricarica. Ti fa capire che tutto questo lavoro ha un senso e ti dà la forza di andare avanti. Il resto, credo, lo scopriremo solo vivendo.
Il fatto che la musica sia entrata nella mia vita in modo così improvviso e quasi “provvidenziale” mi fa pensare che, forse, da qualche parte ci sia già un progetto che mi riguarda. Il mio compito, adesso, è continuare a camminare in questa direzione e farmi trovare pronta a tutto quello che arriverà.








