La musica di Virginia From J non nasce nel vuoto. Il suo percorso come educatrice, musicoterapeuta e psicologa si intreccia profondamente con la scrittura, ma non nel modo più prevedibile: non è la formazione ad aver plasmato le sue canzoni, quanto piuttosto uno sguardo sul mondo già naturalmente orientato all’ascolto, all’osservazione e alle sfumature dell’esperienza umana. È proprio questo sguardo ad averla portata, nel tempo, anche verso la psicologia.
In questa intervista abbiamo approfondito proprio questo intreccio tra vita, professione e creazione artistica, parlando del valore dell’ascolto, della sensibilità come linguaggio sonoro e del percorso che la sta portando verso il suo primo album. Perché, nel suo caso, separare la persona dall’artista sembra davvero impossibile.
“Nella corrente” è un EP che esplora il rapporto con sé stessi e con l’altro con uno sguardo lucido ma empatico. Non c’è mai la pretesa di offrire risposte o insegnare qualcosa: le sue canzoni preferiscono fare domande, lasciare spazio al dubbio e trasformare emozioni intime in immagini capaci di appartenere anche a chi ascolta.

Partiamo dalle presentazioni: chi è Virginia From J musicalmente e come si relaziona con la Virginia della vita quotidiana?
Virginia From J è una parte di me, non credo esista una separazione tra le due. La musica è il luogo in cui alcune caratteristiche che nella vita quotidiana possono rimanere più in ombra trovano spazio. Sono una persona piuttosto riservata e introspettiva e, spesso, faccio fatica a raccontarmi direttamente. Le canzoni mi permettono di farlo in un modo che sento più naturale. Musicalmente mi muovo tra cantautorato, folk e sonorità più alternative e contemporanee. Mi interessa creare uno spazio in cui convivono fragilità e intensità, delicatezza e tensione. In fondo è lo stesso equilibrio che cerco nella vita: stare a contatto con ciò che sento, senza perdere il dialogo con il mondo esterno.
Oltre a essere una cantautrice sei anche psicologa e musicoterapeuta. Questa tua formazione ha contribuito a influenzare la scrittura dei tuoi brani?
Ti direi che il rapporto è inverso rispetto a quanto si potrebbe immaginare. Non scrivo in un certo modo perché ho studiato psicologia, semmai è il contrario: ho scelto di approfondire lo studio della psicologia e della musicoterapia, perché il mio sguardo sulle persone e sulle cose andava già in quella direzione.
Sicuramente questi percorsi hanno affinato alcuni strumenti: l’ascolto, l’attenzione ai significati nascosti, la capacità di stare nelle sfumature senza avere fretta di trovare una risposta… Tutto questo entra inevitabilmente anche nella scrittura.
Non cerco di dare spiegazioni o insegnare qualcosa attraverso le canzoni. Mi interessa osservare, fare domande, lasciare emergere immagini ed emozioni. Da questo punto di vista, musica e psicologia condividono una cosa importante: entrambe cercano di avvicinarsi alla verità dell’esperienza umana.
Le tue canzoni possono essere considerate una forma di “cura” per chi ti ascolta?
Sarei prudente nell’usare la parola “cura”. La cura, soprattutto per chi lavora in determinati ambiti, è qualcosa di complesso e delicato. Però credo che la musica possa accompagnare, contenere, creare connessioni… Ci sono canzoni che ci fanno sentire meno soli, che danno un nome a qualcosa che stavamo vivendo senza riuscire a esprimerlo. Se una mia canzone riesce a fare questo per qualcuno, ne sono felice.
La musica può diventare uno spazio in cui riconoscersi e sentirsi compresi. E questo ha un valore enorme.
Come si fa a tradurre la sensibilità in suono?
Non so se esista una formula. Per me significa cercare una coerenza tra ciò che sento e il modo in cui scelgo di esprimerlo. La sensibilità non passa solo dalle parole, ma anche dal timbro della voce, da una pausa, da un suono lasciato respirare. A volte una nota tenuta più a lungo o un silenzio raccontano molto più di una frase.
Quando scrivo cerco di non ragionare troppo all’inizio. Parto spesso da un giro di accordi, da un’atmosfera, da qualcosa che mi colpisce emotivamente. Solo dopo arriva la parte più razionale. Credo che la sensibilità emerga proprio lì: nel lasciare spazio a ciò che vuole affiorare prima di cercare di controllarlo.
La musica per te è più un modo per esprimerti o per aiutarti a comprendere?
Direi entrambe le cose, ma se devo scegliere forse è prima di tutto uno strumento di comprensione.
Molte volte non so davvero cosa sto cercando di dire quando inizio a scrivere una canzone. Parto da immagini, emozioni, frammenti. Solo in un secondo momento riesco a cogliere il filo che li unisce e a capire cosa stava emergendo.
La scrittura è una forma di esplorazione. Mi permette di avvicinarmi a parti di me che, attraverso il pensiero razionale, farei più fatica a raggiungere. Poi, una volta compreso qualcosa, arriva anche il desiderio di condividerlo.
C’è un limite tra esperienza personale e narrazione artistica?
Per me il punto non è tanto stabilire un confine, quanto trovare una trasformazione. Le canzoni partono quasi sempre da qualcosa di vissuto, direttamente o indirettamente, ma non sono un diario. Quando un’esperienza entra in una canzone smette di appartenere soltanto a chi l’ha scritta. Personalmente, mi interessa che chi ascolta possa ritrovare la propria storia dentro le parole. Se un brano resta troppo legato al fatto autobiografico rischia di chiudersi. Quando invece lascia spazio all’interpretazione può creare un incontro tra esperienze diverse.
Attualmente stai lavorando al tuo primo album. Se dovessi descrivere questo processo ancora in corso con una parola quale sarebbe e perché?
“Attraversamento”.
Perché ho la sensazione di trovarmi dentro un percorso più che davanti a un traguardo. Sto attraversando nuove modalità di scrittura, nuovi suoni, nuove domande. Alcune certezze che avevo stanno cambiando e altre si stanno consolidando.
Mi piace pensare all’album come a una fotografia di un momento di passaggio. Non rappresenterà un punto d’arrivo definitivo, ma una tappa di un viaggio che continua a trasformarsi insieme a me.







