Sissy Castrogiovann

Sissy Castrogiovanni: «Con “SICILY” racconto la mia terra senza confini»

La musica può diventare un luogo in cui le distanze si annullano e le radici continuano a parlare, anche quando si vive dall’altra parte del mondo. È da questa consapevolezza che nasce “SICILY”, il nuovo singolo di Sissy Castrogiovanni, un brano che intreccia memoria, identità e contaminazioni musicali per raccontare il significato più profondo dell’appartenenza. Un viaggio personale che si trasforma in una storia universale, capace di parlare a chiunque abbia lasciato la propria terra senza mai smettere di sentirla casa.

In questa intervista rilasciata a DIFFUSIONI MUSICALI, l’artista racconta le emozioni vissute sul palco del Dome di Taipei davanti a circa 40 mila spettatori, il dialogo con il pubblico asiatico e la nascita di un brano che segna un’evoluzione del suo percorso artistico. Dalla scelta di registrare dal vivo fino all’incontro tra Sicilia e Stati Uniti, Sissy Castrogiovanni ripercorre le esperienze che hanno dato forma a una musica sempre più aperta al mondo, ma profondamente legata alle proprie radici.

Tra gli appuntamenti più significativi degli ultimi mesi ci sono stati quelli di Taipei: che bilancio fai di questa esperienza e del contatto con il pubblico asiatico?
Taipei è stata un’esperienza fantastica da tutti i punti di vista. Il pubblico asiatico è molto attento al Jazz, musica che li ti ritrovi ad ascoltare in taxi, al centro commerciale, o nelle piazzette pubbliche con la musica in filodiffusione. Mi sono divertita da matti a cantare con la HJO Jazz Orchestra e a “swingare” con la potenza della sezione fiati! Tra di noi c’è stata subito una forte connessione e un’energia contagiosa che si è avvertita sul palco. Infine, è stato un grande onore rappresentare l’Italia, cantando il nostro Inno di Mameli, A Cappella, durante la cerimonia di apertura del Rotary International Convention, al Dome di Taipei.

Salire sul palco del Dome di Taipei davanti a circa 40 mila persone è un traguardo importante: quali sensazioni hai provato durante quella serata?
Una grandissima emozione, che appena sono salita sul palco si è trasformata in una carica pazzesca.
Quando canti di fronte a un pubblico l’energia diventa circolare, tu trasmetti a loro, e loro trasmettono a te e a ogni giro si aggiungono emozioni e sensazioni. Su quel palco mi sono sentita “a casa”, tutto è stato assolutamente naturale.

“SICILY” racconta il legame profondo con la tua terra d’origine: quando hai sentito l’esigenza di trasformare questo sentimento in una canzone?
In realtà questo sentimento si è sempre manifestato con prepotenza in ogni mio lavoro. Sin dal mio primo album nel 2013, quando iniziai a raccontare la Sicilia sia scrivendo testi cantati interamente in Siciliano, che con gli arrangiamenti e le orchestrazioni che richiamavano le tradizioni della nostra terra. “SICILY” è stato scritto da Puccio Castrogiovanni, artista e polistrumentista con il quale ho spesso collaborato e che ha seguito un pò la mia storia, il quale un giorno mi chiamò dicendomi che aveva scritto questo testo pensando a me e a come potessi sentirmi vivendo all’estero per così tanti anni, lontana dalla mia terra e dal mio mare. Appena l’ho sentito mi sono ritrovata immediatamente in ogni parola, ha centrato ogni pensiero come se l’avessi scritto io… e da lì ho quindi deciso di farne subito un arrangiamento e farlo diventare “mio”.

Nel brano convivono siciliano, italiano e inglese. Quanto è importante per te raccontare la tua identità attraverso queste tre lingue?
Questa è una scelta nuova per me. Finora nei miei dischi ho sempre cantato interamente in Siciliano e l’ho fatto perché vivendo in America sentivo l’esigenza di portare la mia terra e trasmettere la mia parte più ancestrale. Adesso, dopo 16 anni vissuti dall’altro lato dell’Oceano, mi rendo conto che ho vissuto quasi metà della mia vita in America e oggi non sono più “solo” Siciliana ma anche in parte un pò Americana, e questa cosa sentiva il bisogno di farsi spazio. Per chi come me vive da tanti anni all’estero diventa normale parlare con una lingua ibrida, dove si “switcha“costantemente da una lingua all’altra, inventando anche dei termini misti che solo noi capiamo ma che fanno parte di una lingua in costante evoluzione. Ecco, “Sicily” segna un pò il turning point di questa cosa, in questa nuova direzione artistica sento il bisogno di metterci dentro tutto questo, raccontando la mia identità a 360 gradi, esattamente per com’è oggi.

In che modo vivere tra la Sicilia e gli Stati Uniti ha influenzato la scrittura e il sound di “SICILY”?
In America ho vissuto a contatto con culture provenienti da tutto il mondo. I musicisti con cui collaboro regolarmente e che stanno all’interno dei miei lavori vengono dal Sud-America, Stati Uniti, dall’Africa, dal Medio-Oriente. Io porto la Sicilia con tutte le sue influenze, arabe, spagnole, normanne… e loro portano il resto del mondo. Tutto questo poi si trasforma in musica e si
amalgama in tutta la mia scrittura, nel sound, nei ritmi e nelle interpretazioni.

Hai scelto di registrare il brano completamente dal vivo in studio. Perché era fondamentale mantenere questa dimensione autentica e spontanea?
Per me lo è sempre, fondamentale! Tutti i miei album sono registrati dal vivo perché ricerco sempre quella magia dell’interazione tra i musicisti. C’è un arrangiamento di base, ma lascio sempre spazio alla libertà interpretativa dei musicisti con cui collaboro perché voglio che ognuno porti dentro le proprie radici e le proprie influenze. Ho scelto ognuno di loro esattamente per questo motivo, e per creare quel sound di cui parlavamo prima. Suonare live è fondamentale per influenzarsi a vicenda e creare quella “colla” che unisce tutte queste influenze insieme.

“SICILY” parla della tua storia personale, ma affronta anche temi universali come casa, appartenenza e radici. Cosa speri arrivi agli ascoltatori?
Sicily è “casa” … per me è la Sicilia, ma per qualcun’altro è un altro posto. Non fa differenza. Io credo che questi sentimenti accomunino tutti coloro che vivono lontano dalla propria terra. Spesso si pensa che chi ha avuto la possibilità di vivere all’estero sia “fortunato”, e sicuramente in parte è così. Ma negli occhi, e nel cuore, di chi vive lontano c’è anche tanta sofferenza che spesso si mette a tacere o si minimizza, perché tanto non ci puoi far nulla, diventa semplicemente parte integrante di te e della scelta che hai fatto. La cosa ironica, e forse quasi masochista, è che probabilmente rifaresti la stessa scelta, nonostante tutto. Ecco “Sicily” parla anche di questo, e spero che all’ascoltatore arrivi anche questo aspetto di cui non si parla spesso o che semplicemente non è mai facile da spiegare a chi non lo vive.

Questo singolo apre a nuove contaminazioni sonore tra folk mediterraneo, jazz contemporaneo, rock ed elettronica. Rappresenta l’inizio di una nuova fase del tuo percorso artistico?
Sicuramente un’evoluzione. Non voglio stravolgere il mio passato artistico, ma sentivo il bisogno di aggiungere le parti mancanti. Voglio che questa nuova fase mi rappresenti interamente, c’è la tradizione folk della Sicilia, c’è il Jazz che ha sempre fatto parte della mia musica, ma c’è anche il blues mio amore primordiale, e il Rock che ha accompagnato la mia adolescenza. Per me non è strano passare dall’ascoltare Dianne Reeves, ai System of a Down, da Ray Charles a Zucchero, da Miles Davis agli AC/DC … per citarne alcuni. Questa nuova fase artistica ha l’ambizione di includere tutte queste sfaccettature della mia artisticità.