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DUBLA: «Scrivere canzoni è la mia terapia»

Con Tennent’s Super, DUBLA trasforma un simbolo della quotidianità in una lente attraverso cui osservare il dopo: quel momento sospeso che segue la fine di una relazione, quando la libertà ritrovata convive con il peso di ciò che non si è ancora lasciato andare. Il nuovo singolo evita le scorciatoie della classica canzone d’amore e si concentra su quella zona grigia fatta di silenzi, notti insonni, tentativi di ricominciare e consapevolezze che arrivano solo con il tempo.

In questa intervista abbiamo parlato con lui del significato nascosto dietro il titolo del brano, del legame tra scrittura e vissuto personale, degli anni trascorsi tra Italia e Scozia e di un percorso artistico che, a dieci anni dall’inizio del progetto, sembra aver trovato una voce ancora più diretta e autentica. Ne emerge il ritratto di un artista che non cerca risposte definitive, ma continua a usare la musica come strumento per dare un nome alle proprie emozioni.

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In Tennent’s Super racconti quel momento ambiguo in cui la libertà ritrovata dopo una relazione finita sembra quasi un obbligo da difendere. C’è stato un episodio preciso che ti ha fatto capire che dietro quella leggerezza apparente si nascondeva ancora qualcosa di irrisolto?

Credo che l’amore per una persona, che sia un partner o un amico, non possa semplicemente dissolversi nel nulla. Dopo la fine di una relazione ho capito che stavo cercando di riempire quel vuoto inseguendo momenti di leggerezza, uscite, nuove conoscenze, distrazioni. Ma il dolore, se non lo affronti, resta lì.

Ho dovuto lavorare molto su me stesso per capire che ogni tanto bisogna fermarsi, accettare quello che si prova e smettere di riempire ogni momento di noia o di silenzio. Solo così si riesce davvero ad andare avanti.

La canzone vive continuamente tra attrazione e fuga: quando arriva qualcuno che potrebbe davvero contare, il protagonista sembra quasi spaventarsi. Pensi che oggi sia più difficile lasciarsi coinvolgere davvero rispetto a qualche anno fa?

Non credo sia più difficile innamorarsi oggi. Siamo fatti per amare e per sentirci amati.

Quello che è cambiato, secondo me, è il contesto culturale. Si sono finalmente incrinati molti modelli che per generazioni ci siamo portati dietro: l’idea della famiglia perfetta a tutti i costi, del matrimonio come unico traguardo o del dover sopportare qualsiasi cosa pur di restare insieme.

Oggi ci sentiamo più liberi di lasciare una relazione che non ci rende felici e meno giudicati nel ricominciare da capo. E questo, secondo me, rende i rapporti più autentici.

Hai scelto di intitolare il brano Tennent’s Super, un riferimento molto concreto e immediato che richiama un immaginario notturno ben preciso. Quanto ti interessa utilizzare simboli quotidiani per raccontare stati d’animo complessi?

Ho vissuto cinque anni a Glasgow e lì la Tennent’s Lager è praticamente un’istituzione: è la birra che trovi in ogni pub ed è prodotta proprio in città. Ne ho bevuta parecchia in quegli anni.

In Italia, invece, siamo cresciuti con la Tennent’s Super: quella che, da ragazzi, ci dividevamo prima di uscire, dopo le prove o dopo un concerto perché costava poco e aveva una gradazione alcolica decisamente importante.

In un certo senso questa birra mi ha accompagnato in due fasi diverse della mia vita, prima in Italia e poi in Scozia. Era inevitabile che prima o poi finisse dentro una canzone.

Potrei raccontare decine di storie legate alla Tennent’s… ma forse è meglio di no. Se venite a un mio concerto magari ne racconto qualcuna.

Curiosamente, nonostante la Tennent’s sia il simbolo di Glasgow, la versione Super non viene venduta in Scozia: viene prodotta lì ed esportata principalmente in Italia e Spagna, perché per il mercato scozzese ha una gradazione alcolica troppo elevata.

Nella tua biografia racconti con ironia anni fatti di concerti, band nate e finite, viaggi e situazioni al limite. Guardando al DUBLA di oggi, cosa ti hanno insegnato tutte quelle esperienze sul modo di scrivere canzoni?

Per me scrivere canzoni è sempre stato un modo per dare un senso a quello che sto vivendo. È il momento in cui metto un punto a un’emozione, a una delusione o a un’esperienza che sento il bisogno di elaborare.

La maggior parte dei miei brani nasce di notte, quando i pensieri iniziano a girare e il sonno tarda ad arrivare.

In fondo la scrittura è la mia terapia. Se guardo il mio repertorio, ogni canzone rappresenta una fotografia di un periodo della mia vita, bello o brutto che sia.

Questo singolo viene presentato come un nuovo capitolo del tuo percorso artistico, con una scrittura più diretta e consapevole. Qual è la differenza più evidente che senti tra il DUBLA di oggi e quello che ha iniziato il progetto nel 2015?

Siamo la somma delle esperienze che viviamo. Nelle mie canzoni c’è sempre qualcosa di realmente vissuto e, dopo dieci anni, posso dire di avere parecchie storie da raccontare.

I brani che usciranno nei prossimi mesi parlano proprio di questo: degli anni passati, delle persone incontrate, delle delusioni, dei cambiamenti e di tutto quello che mi ha fatto crescere.

La differenza principale è che oggi riesco a fermarmi e mettere nero su bianco emozioni che qualche anno fa probabilmente avrei tenuto solo per me.

Molti artisti scrivono canzoni d’amore quando una storia finisce; Tennent’s Super invece sembra concentrarsi soprattutto su ciò che succede dopo, nel vuoto lasciato dalla relazione. Ti interessava raccontare proprio quella zona grigia che spesso resta fuori dalle canzoni romantiche tradizionali?

Adoro le canzoni d’amore. Anzi, mi consumo ascoltando brani che parlano di relazioni finite. (Ciao Olivia Rodrigo, se per caso stai leggendo questa intervista, sappi che possiamo lasciarci quando vuoi.)

Ma Tennent’s Super nasce semplicemente dal momento che stavo vivendo. Avevo bisogno di raccontare quello che succede dopo la fine di una relazione: quando resti da solo con un mix di delusione, paura, entusiasmo e curiosità per quello che verrà.

È quella fase un po’ sospesa, di cui si parla meno, ma che secondo me è una delle più interessanti da raccontare.

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