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TARANTINO: «La musica vera resiste, anche lontano dai riflettori»

Con Cuore a pezzi, TARANTINO torna a raccontarsi attraverso una scrittura intima e consapevole, capace di trasformare esperienze personali in immagini nelle quali chiunque può riconoscersi. Il singolo non cerca risposte semplici né facili consolazioni: preferisce abitare le fragilità, accettare le ferite e lasciare che siano le emozioni a parlare. In questa intervista l’artista riflette sul delicato equilibrio tra autobiografia e universalità, sul rapporto con il dolore, sul suo ritorno nella scena musicale contemporanea e sul percorso umano che lo ha portato a guardare agli errori non come ostacoli, ma come parte essenziale della crescita.

In Cuore a pezzi sembra esserci una continua tensione tra ciò che si vorrebbe dimenticare e ciò che, in fondo, non si vuole davvero perdere. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra sincerità autobiografica e necessità di trasformare un’esperienza personale in una canzone?

È stata la parte più delicata. Quando scrivi di qualcosa che hai vissuto davvero, il rischio è duplice: o resti troppo dentro di te e la canzone diventa un diario privato che nessun altro riesce ad abitare, oppure vai troppo dall’altra parte e perdi quella verità che era il motivo per cui volevi scrivere. Con Cuore a pezzi ho cercato di stare in mezzo, usare immagini che venissero da un posto reale ma che avessero respiro sufficiente per diventare universali. Non so se ci sono riuscito del tutto, ma so che ogni parola del brano è onesta. E per me, quello è il punto di partenza imprescindibile.

Il brano dà l’impressione di non cercare una soluzione al dolore, ma di accettarne la presenza. Pensi che la maturità artistica passi anche dalla capacità di smettere di dare risposte e iniziare a convivere con le domande?

Sì, penso che sia esattamente così. C’è stato un momento in cui sentivo il bisogno che ogni canzone arrivasse da qualche parte, che chiudesse qualcosa. Col tempo ho capito che le canzoni più vere sono quelle che restano aperte, che non pretendono di risolvere. Cuore a pezzi non offre soluzioni perché non ne ho. Accettare il dolore senza per forza trasformarlo in lezione è stato un passaggio importante, sia come persona che come artista. La maturità, forse, è proprio quella: smettere di dover dimostrare qualcosa e iniziare semplicemente a stare dentro le cose.

Dopo un periodo di assenza, sei tornato in un panorama musicale molto diverso da quello che avevi lasciato. C’è qualcosa dell’industria musicale contemporanea che ti ha sorpreso, in positivo o in negativo, durante questo ritorno?

Quello che mi ha sorpreso, in negativo, è quanto tutto sia diventato omologato e orientato alla visibilità immediata. C’è una pressione costante a rientrare in certi schemi, certi suoni, certi formati. Detto questo, io ho sempre cercato e continuo a cercare la musica che non passa in radio e non viene esaltata sui social, quella musica libera, senza schemi, che esiste al di fuori dei circuiti dominanti. E quella c’è ancora, bisogna solo volerla trovare. È forse l’aspetto che mi ha sorpreso di più in positivo: nonostante tutto, la musica vera resiste.

La tua scrittura sembra prestare molta attenzione alle immagini e alle atmosfere. Quando componi, parti più spesso da una frase, da una melodia o da una scena che riesci a visualizzare nella tua mente?

Non ho un metodo fisso, e credo che sia una ricchezza. A volte parte una frase, una parola che si porta dietro un peso specifico e da lì si apre tutto. Altre volte è una melodia che arriva quasi da sola, prima ancora che ci siano parole. Ma spesso, con Cuore a pezzi è stato così, parto da una scena che riesco a visualizzare: un’immagine precisa, quasi cinematografica, che diventa il cuore del brano. Il testo e la musica poi crescono intorno a quella visione, cercando di restituirla nel modo più fedele possibile.

Se dovessi descrivere il TARANTINO di oggi a quello che pubblicava i primi brani qualche anno fa, quale consiglio gli daresti e quale errore, invece, gli diresti di continuare a commettere perché è stato fondamentale per la tua crescita artistica?

Non gli darei consigli. Perché la crescita non viene dai consigli, viene dall’esperienza diretta, dal mettersi in gioco, dall’errare, dal costruire qualcosa e poi distruggerlo per ridisegnarlo da capo. Se potessi parlargli, gli direi esattamente questo: continua a sbagliare. Continua a farlo senza paura, perché ogni errore è stato un mattone. Non c’è scorciatoia, non c’è formula. C’è solo il coraggio di stare nel mezzo del caos e imparare a orientarsi. Quello è l’unico consiglio che mi sento di darmi, e vale ancora oggi.

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https://www.instagram.com/tarantinofrancescomusic

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