Dietro la magia di un grande evento, dove le luci si accendono e la musica prende vita, esiste un ingranaggio complesso fatto di precisione, tempismo e visione d’insieme. Oggi abbiamo il piacere di dialogare con Valentina Rettaroli, figura chiave del Coordinamento di produzione di ItaliaVision Festival. Valentina è l’architetto invisibile che trasforma un’idea progettuale in una realtà tangibile, gestendo l’equilibrio delicato tra esigenze artistiche, vincoli tecnici e risorse umane. In questa intervista esploreremo cosa significa orchestrare un festival di questa portata e quali sono le sfide nel promuovere il talento emergente attraverso una macchina produttiva d’eccellenza.

Valentina, il coordinamento di produzione è spesso paragonato alla direzione di un’orchestra senza strumenti. Qual è la sfida più grande nel far dialogare reparti così diversi tra loro, dalla tecnica alla comunicazione?
Il mio percorso nella Produzione prende avvio dal settore cinematografico, che mi ha abituata a lavorare in contesti complessi, dove il vero valore nasce dalla capacità di far dialogare competenze molto diverse tra loro. È una sfida che definirei, in effetti, di empatia professionale. Nel cinema ho imparato che una produzione funziona solo quando ogni reparto, pur parlando linguaggi diversi, riesce a muoversi nella stessa direzione. È una lezione che porto ancora oggi nel coordinamento di produzione, dove il lavoro consiste nel fare da ponte tra esigenze tecniche, organizzative e comunicative. Spesso il nodo non è la mancanza di competenze, ma l’allineamento delle priorità: ciò che per un reparto è urgente, per un altro può essere secondario. Per questo servono ascolto, mediazione e la capacità di tradurre esigenze differenti in obiettivi condivisi. È un lavoro di equilibrio continuo, che richiede lucidità anche sotto pressione e la capacità di far sentire ogni team parte dello stesso progetto.
Cosa distingue, dal punto di vista produttivo, ItaliaVision Festival da altre manifestazioni canore nazionali? Qual è il ‘marchio di fabbrica’ che cercate di imprimere ogni anno?
Dal punto di vista produttivo, ciò che distingue ItaliaVision Festival da altre manifestazioni canore è il fatto che nasce da un gruppo di artisti che si occupano direttamente dell’organizzazione. Questo cambia completamente l’approccio: la visione non è calata dall’alto, ma nasce dall’interno del processo creativo. Il nostro “marchio di fabbrica” è proprio questo sguardo artistico applicato alla produzione. Ogni scelta organizzativa non è solo funzionale, ma pensata con sensibilità creativa: dal modo in cui costruiamo il ritmo dello show, alla cura del racconto complessivo dell’evento. Questo è sicuramente reso possibile anche dalla guida attenta di Rita De Angelis che, in qualità di Direttrice Artistica, crea le condizioni perché la condivisione tra noi artisti possa esprimersi pienamente, portandoci a lavorare in modo molto integrato, dove i confini tra produzione, contenuto e performance sono più fluidi rispetto a una struttura tradizionale. L’obiettivo non è soltanto mettere in scena un festival, ma costruire un’esperienza che rispecchi una visione artistica condivisa.
Puoi raccontarci brevemente il ‘viaggio’ di un’edizione? Quando finisce la fase di pianificazione sulla carta e inizia la vera scarica di adrenalina del cantiere produttivo?
Il viaggio di un’edizione parte molto prima dell’evento, con una fase di pianificazione in cui si definiscono identità, struttura e obiettivi. È un lavoro fatto di confronto continuo tra i vari reparti, per trasformare un’idea in qualcosa di concreto. Il passaggio dalla “carta” al palco non è netto, ma avviene quando tutte le decisioni diventano operative e il progetto inizia a prendere forma reale: si attivano le competenze, si costruiscono i tempi e ogni scelta diventa immediatamente pratica. La vera scarica di adrenalina arriva, in questo caso, a mio avviso, quando si conoscono gli artisti coinvolti nel festival. Lì si entra nel vivo, si osservano e si condividono emozioni, si osservano talenti. È un tipo di adrenalina che definirei rincuorante: è davvero bello poter sostenere altri artisti che hanno desiderio di mettersi in gioco!
Gli artisti che partecipano a ItaliaVision sono spesso giovani o emergenti. In che modo la produzione si adopera per metterli a proprio agio e garantire loro uno standard tecnico che valorizzi davvero la loro performance?
In ItaliaVision non esiste alcuna distinzione di “serie A o serie B”: ogni artista viene accolto e rispettato nella propria unicità. Questo è possibile anche perché noi stessi siamo artisti e conosciamo bene cosa significa arrivare a una performance. Per questo cerchiamo di creare un ambiente favorevole, umano e organizzato, in cui ciascuno possa arrivare sul palco con serenità e concentrazione, senza pressioni inutili. L’obiettivo è mettere tutti nelle stesse condizioni di esprimersi al meglio, valorizzando ogni performance nella sua identità.
Il mondo degli eventi sta cambiando rapidamente tra intelligenza artificiale, realtà aumentata e nuovi linguaggi digitali. Come sta evolvendo la produzione di ItaliaVision per restare al passo con i tempi?
Rispetto a quando ho iniziato a muovere i primi passi nella Produzione, oggi abbiamo sicuramente la possibilità di lavorare con strumenti più rapidi e precisi, che ci aiutano a visualizzare, organizzare e ottimizzare i flussi produttivi in modo più efficace. Allo stesso tempo, però, rimane centrale l’aspetto umano. ItaliaVision nasce da una dimensione artistica e collaborativa, e questo significa che la tecnologia deve amplificare la creatività e la condivisione tra le persone, non appiattirle. In sintesi, la sfida attuale sta nel trovare un equilibrio: restare aperti all’innovazione, ma senza perdere la relazione diretta tra artisti, produzione e pubblico, che resta il vero cuore del progetto.
Cosa diresti a un giovane che sogna di lavorare nel coordinamento di grandi eventi live? Qual è la dote caratteriale che non può assolutamente mancare?
Gli direi che è un lavoro bellissimo, ma che richiede molta concretezza. Nei grandi eventi live non conta solo l’entusiasmo, ma la capacità di restare presenti anche quando tutto si muove velocemente e sotto pressione. Più che una singola dote, credo sia fondamentale la tenuta emotiva: la capacità di mantenere lucidità nei momenti complessi, senza farsi travolgere dal caos. È un ambiente in cui le cose cambiano continuamente, a volte anche contro la nostra volontà, e bisogna saper trovare rapidamente soluzioni, senza perdere il controllo del quadro generale. Accanto a questo, è importante avere curiosità e rispetto per il lavoro degli altri reparti, perché il coordinamento nasce proprio dalla capacità di navigare tra competenze diverse. A un giovane direi quindi di non cercare la perfezione, di accogliere gli inevitabili momenti di frustrazione. Di inseguire, per quanto possibile la solidità: imparare a stare dentro la complessità, ascoltare molto e costruire esperienza sul campo, perché è lì, anche sbagliando, che questo mestiere si impara davvero. Anzi, direi, forse soprattutto sbagliando!







