Il nuovo Espresso Petrol Tour de Il Diavolo & l’Acqua Santa segna un ritorno potente alla dimensione più autentica della band, quella del palco, dove energia, sperimentazione e identità visiva si fondono in un’esperienza che supera il semplice concerto e diventa racconto fisico e sonoro.

L’Espresso Petrol Tour sembra nascere come qualcosa di più di una semplice serie di concerti. Quanto conta per voi trasformare il live in un’esperienza visiva e non solo sonora?
Per noi un concerto non è mai stato solo “suonare bene le canzoni”. Quello è il minimo sindacale. Un live deve avere odore, luci, facce, sudore, temperatura. L’Espresso Petrol Tour nasce così: non come una fila ordinata di date, ma come un piccolo film caldo, rumoroso, un po’ sporco. C’è dentro il bar all’alba, il caffè bevuto in piedi, la macchina accesa, la benzina, il mare, la provincia, il rock’n’roll. La parte visiva conta perché oggi la gente vede prima ancora di ascoltare. Però non ci interessa fare scenografia da centro commerciale. Ci interessa creare un mondo riconoscibile: se vedi una nostra locandina, una foto o un palco, devi capire subito che stanno arrivando Il Diavolo & l’Acqua Santa.
La scelta di partire con una performance come “Musica dal barchino” è decisamente fuori dagli schemi. Da dove nasce l’esigenza di rompere così apertamente il formato classico del concerto?
Nasce dal fatto che il formato classico del concerto, ogni tanto, va preso e buttato in acqua. Letteralmente.
E non solo il formato: anche le regole del buon senso commerciale. Abbiamo lanciato un’estate che sarà fatta soprattutto di concerti esplosivi, piazze, feste, cover, sudore e gente che balla, con un concerto in mezzo all’acqua fatto solo di brani nostri. Alcuni già usciti, altri in anteprima. Era un saluto? Un’anteprima? Una scelta commercialmente sbagliata? Probabilmente tutte e tre le cose. Però aveva senso per noi. Prima di partire con il tour più fisico, più acceso, più “benzina”, volevamo passare da qualcosa di più nostro, più nudo, più rischioso. Come dire: prima di rimetterci la giacca da festa, vi facciamo vedere cosa c’è sotto. “Musica dal barchino” è stata una di quelle idee che sembrano una follia finché non diventano vere. Suonare in mezzo all’acqua, davanti alla Darsena Borghese, con Fano tutta intorno, dentro una giornata importante come Sopravènto, è stato un modo per dire che il live può ancora sorprendere. Dopo tanti anni, se non trovi un modo per metterti un po’ in pericolo, finisci per diventare la cover band di te stesso. E noi, almeno per ora, preferiamo rischiare di affondare.
Dopo oltre mille concerti, cosa cambia davvero nel vostro modo di stare sul palco oggi rispetto agli inizi, sia a livello tecnico che emotivo?
All’inizio vuoi dimostrare tutto. Vuoi far vedere che sai suonare, che sei carico, che hai repertorio, che reggi il palco. Dopo oltre mille concerti capisci che il palco non lo devi aggredire: lo devi abitare. Oggi siamo più solidi, più asciutti, più consapevoli. Sappiamo quando spingere, quando stare indietro, quando lasciare spazio a una voce, a un gesto, a una pausa. Che poi sembra una banalità, ma spesso la differenza tra una band esperta e una band che fa solo casino sta proprio lì: nel sapere quando non suonare. A livello emotivo cambia che non ti impressioni più facilmente, ma ti emozioni meglio. Sembra un controsenso, ma è così. Dopo mille concerti riconosci subito se una serata ha qualcosa dentro. Lo senti dal primo pezzo, da come risponde la gente, da come respira il posto. Prima cercavamo di conquistare il pubblico. Oggi cerchiamo di portarci tutti dentro la stessa storia.
Nel vostro percorso live si percepisce una forte identità, ma a tratti sembra quasi che preferiate l’impatto viscerale alla precisione assoluta. È una scelta voluta o un rischio che accettate?
La precisione assoluta è sopravvalutata. Anche perché, spesso, chi parla troppo di precisione assoluta poi fa concerti che sembrano tutorial. Noi proviamo, arrangiamo, curiamo il suono, controlliamo i dettagli. Però non usiamo sequenze. È tutto suonato dal vivo, anche a costo di essere più scarni. Ma sicuramente più veri. Non ci interessa sembrare una macchina. Se il pubblico voleva una macchina, restava a casa con Spotify. Il live deve poter cambiare. Vogliamo andare più veloci o più lenti a seconda della situazione. Vogliamo collegarci con il pubblico, fare un ritornello in più se serve, accorciare un brano per legarlo a un altro perché in quel momento ci va così. La precisione è il telaio. L’impatto viscerale è il motore. Se hai solo il telaio, non vai da nessuna parte. Quindi sì, è una scelta. Preferiamo una band viva, magari con qualche graffio, a una band perfetta che non lascia niente addosso. Il rock’n’roll, lo swing, il surf, la musica latina, la canzone italiana: tutta roba che nasce dal corpo prima che dal metronomo.
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