Foto mizio francia

Intervista a Maurizio “Mizio” Vilardi Direttore di Produzione di l’ItaliaVision Festival

Si dice che un grande spettacolo sia come un iceberg: il pubblico vede solo la punta scintillante, ma sotto il pelo dell’acqua c’è un lavoro immenso che sostiene tutto il peso.
Il custode di questo mondo sommerso per l’ItaliaVision Festival è Mizio Vilardi. Direttore di produzione, risolutore di problemi e tessitore di sinergie tecniche, Mizio è l’uomo che trasforma le sfide logistiche in successi da applausi.
Oggi ci facciamo raccontare da lui i segreti, le fatiche e i sogni che animano il backstage di uno dei festival più attesi dell’anno.

Foto mizio francia

ItaliaVision celebra la diversità artistica del nostro Paese. Qual è la sfida logistica più complessa nel coordinare performance così diverse tra loro in un unico flusso produttivo?

La sfida più complessa è riuscire a dare ordine senza togliere identità. Ogni artista arriva con un mondo diverso: c’è chi ha bisogno di una band, chi lavora con basi, chi porta una performance più intima, chi invece ha un’impostazione più energica e strutturata. Il compito della produzione è far sì che tutte queste differenze possano convivere dentro un flusso unico, chiaro, sostenibile e rispettoso dei tempi.
Per me la parola chiave è ascolto. Prima ancora della tecnica, bisogna capire che cosa serve davvero a un artista per sentirsi nelle condizioni di esprimersi al meglio. Poi naturalmente c’è tutto il lavoro invisibile: schede tecniche, cambi palco, prove, comunicazioni, tempi di ingresso e uscita, coordinamento con fonici, direttore di palco, tutor, organizzazione e location.
La cosa più delicata è evitare che la macchina produttiva diventi rigida. Un festival deve avere una struttura solida, ma anche abbastanza elasticità da accogliere l’imprevisto e la personalità di chi sale sul palco. Quando questo equilibrio funziona, il pubblico non vede la fatica: vede solo uno spettacolo che scorre. E quello, per chi lavora dietro, è già un piccolo successo.

Spesso il pubblico vede solo il palco, ma la produzione inizia mesi prima. Qual è il momento critico in cui capisci che il festival ha preso la forma giusta?

Il momento in cui capisco che il festival sta prendendo la forma giusta non è quando è tutto perfetto, perché in un evento dal vivo la perfezione assoluta non esiste. Lo capisco quando le persone iniziano a muoversi dentro una direzione comune.

Succede quando il team non lavora più per compartimenti separati, ma comincia a parlarsi davvero: la direzione artistica, la produzione, il palco, la comunicazione, i tutor, la parte tecnica, gli artisti. A un certo punto senti che il progetto non è più solo una somma di cose da fare, ma diventa un organismo vivo.
Il momento critico, per me, è quando dalla teoria si passa alla concretezza: le date sono fissate, le location iniziano a prendere forma, gli artisti vengono accompagnati nel percorso, le esigenze tecniche diventano reali, e ogni scelta pesa. Lì capisci se hai costruito una struttura fragile o una struttura capace di reggere.
E poi c’è un momento bellissimo, che magari dura pochi secondi: sei in teatro, o in una location, guardi il palco ancora vuoto e inizi a immaginare quello che accadrà. Se in quel momento senti che tutto ha un senso, allora vuol dire che il festival ha cominciato davvero a respirare.

Come Direttore di Produzione, come riesci a bilanciare le esigenze tecniche del budget con il desiderio di dare agli artisti la massima libertà espressiva sul palco?

Il budget non va vissuto solo come un limite, ma come una cornice dentro cui bisogna imparare a scegliere bene. È chiaro che tutti vorremmo avere mezzi illimitati, scenografie enormi, prove infinite, tecnologie avanzatissime. Però la verità è che spesso la qualità di un progetto nasce proprio dalla capacità di usare bene quello che si ha.
Il punto non è dire sempre sì a tutto, ma capire quali sono le cose davvero necessarie. Ci sono esigenze tecniche fondamentali, che vanno garantite perché incidono sulla dignità della performance: un buon ascolto, una buona gestione del palco, tempi chiari, una comunicazione precisa con gli artisti. Poi ci sono desideri, idee, aggiunte, elementi che vanno valutati con lucidità.
Per me la libertà espressiva non significa assenza di regole. Anzi, spesso un artista è più libero quando sa di essere dentro una struttura che funziona. Se i tempi sono chiari, se il palco è preparato, se le persone sanno cosa fare, l’artista può concentrarsi solo sulla cosa più importante: cantare, comunicare, arrivare al pubblico.
La produzione deve fare proprio questo: proteggere la parte creativa attraverso un’organizzazione concreta. È un equilibrio continuo, fatto di dialogo, responsabilità e anche qualche rinuncia intelligente. Ma quando la rinuncia non impoverisce l’artista e anzi rende tutto più essenziale, allora hai fatto una buona scelta.

Organizzare un festival di questa portata ha un impatto enorme sul territorio che lo ospita. Qual è il lascito che ItaliaVision vuole lasciare alle città in cui fa tappa?

Io credo che un festival non debba semplicemente passare da una città. Deve lasciare qualcosa, anche solo una piccola traccia. ItaliaVision nasce come contest nazionale, ma ha una forte anima territoriale: ogni tappa incontra una città, una comunità, un pubblico, degli artisti, degli spazi culturali.
Il lascito più bello sarebbe proprio questo: far sentire che la musica non è un evento calato dall’alto, ma un’occasione di incontro. Dove arriva ItaliaVision, l’idea è creare relazioni, valorizzare luoghi, attivare energie, mettere in dialogo artisti emergenti, professionisti, istituzioni, pubblico e realtà locali.
E poi, lo dico anche con una punta di orgoglio personale, il fatto che ItaliaVision passi anche da Molfetta per me ha un valore speciale. Molfetta è la mia città, è il luogo da cui viene una parte importante della mia identità artistica e umana. Sapere che un progetto nazionale possa attraversare anche quel territorio, portando artisti, musica, attenzione e possibilità, mi rende davvero felice. È una bella occasione per la città e per chi crede che la cultura possa creare movimento, relazione, prospettiva.
Mi piace pensare che ogni tappa possa diventare un piccolo racconto del territorio che la ospita. Montesilvano, Molfetta, Roma, Genova: sono città molto diverse tra loro, e questa diversità è una ricchezza. ItaliaVision non deve cancellare le differenze, deve attraversarle e farle suonare insieme.
Il vero lascito, secondo me, non è solo lo spettacolo della sera. È quello che rimane dopo: un artista che si sente visto, un ragazzo che si avvicina alla musica, un’amministrazione che comprende il valore di investire nella cultura, una comunità che si riconosce in un momento condiviso. Se accade questo, anche solo in parte, il festival ha già fatto qualcosa di importante.

Sei il direttore d’orchestra di un team vastissimo. Qual è la dote umana, prima ancora che professionale, indispensabile per gestire lo stress di un grande evento dal vivo?

Direi la calma. Ma non una calma finta, di facciata. Una calma costruita, allenata, a volte anche conquistata con fatica.
In un grande evento dal vivo succede sempre qualcosa che non avevi previsto. Può essere un ritardo, un problema tecnico, un cambio dell’ultimo minuto, una comunicazione che non arriva, una tensione tra persone. Se chi coordina perde lucidità, lo stress si moltiplica. Se invece riesce a restare presente, anche gli altri si sentono più al sicuro.
La dote umana più importante, però, forse è l’empatia. Perché dietro ogni ruolo c’è una persona: l’artista che ha paura di non essere all’altezza, il tecnico che sta lavorando sotto pressione, il collaboratore che ha mille cose da gestire, il direttore artistico che vuole proteggere la qualità del progetto. Se non tieni conto dell’aspetto umano, rischi di vedere solo problemi da risolvere e non persone da accompagnare.
Io credo che dirigere una produzione significhi anche abbassare il volume del caos. Non sempre puoi eliminare i problemi, ma puoi evitare che diventino panico. Puoi creare un clima in cui le persone, anche nei momenti difficili, sentano che c’è una direzione.
E poi serve una cosa semplice, ma rara: non scaricare tensione sugli altri. Nei momenti più complessi bisogna diventare un punto fermo. Anche se dentro hai il mare mosso.

Cosa diresti a un giovane che oggi vuole intraprendere la carriera nella produzione di grandi eventi musicali e culturali in Italia?

Gli direi prima di tutto di avere pazienza e di non innamorarsi solo della parte luminosa di questo lavoro. Gli eventi musicali sono bellissimi, ma dietro c’è tanta fatica, tanta responsabilità, tanta capacità di stare nei dettagli.
La produzione non è solo organizzare scalette o mettere insieme persone. È imparare a prevedere, ascoltare, mediare, risolvere. È sapere che spesso il tuo lavoro migliore sarà quello che nessuno noterà, perché se tutto funziona vuol dire che hai fatto bene il tuo mestiere.
A un giovane direi di fare esperienza sul campo, anche partendo da cose piccole. Un concerto in un’associazione, una rassegna locale, un evento di quartiere, una prova tecnica, un backstage. Ogni situazione insegna qualcosa. Bisogna sporcarsi le mani, osservare chi lavora bene, fare domande, imparare dai problemi e non avere paura di sbagliare.
Gli direi anche di non perdere mai il legame con il senso culturale di quello che fa. Perché se la produzione diventa solo gestione, numeri e procedure, si svuota. Invece ogni evento dovrebbe rispondere a una domanda: perché lo stiamo facendo? Che cosa vogliamo generare nelle persone?
E infine gli direi una cosa molto concreta: sii affidabile. In questo mestiere il talento conta, ma l’affidabilità conta tantissimo. Le persone devono sapere che se dici una cosa, la fai. Che se c’è un problema, non sparisci. Che se prendi un impegno, lo porti fino in fondo.

Se potessi sognare senza limiti di budget, quale elemento scenografico o tecnologico vorresti portare sul palco di ItaliaVision nei prossimi anni?

Se potessi sognare senza limiti di budget, non penserei solo a un effetto speciale enorme. Penserei a una tecnologia capace di raccontare meglio gli artisti e i territori da cui arrivano.
Mi piacerebbe un palco immersivo, vivo, in cui ogni performance possa avere un proprio mondo visivo: non una scenografia uguale per tutti, ma un ambiente capace di cambiare, respirare, adattarsi alla canzone. Videomapping, luci, immagini, magari elementi in realtà aumentata, ma sempre al servizio della musica, mai come pura esibizione tecnologica.
Sarebbe bello, per esempio, che un artista potesse portare sul palco non solo il suo brano, ma anche un frammento della sua città, della sua storia, del suo paesaggio interiore. Un mare, una periferia, una piazza, una strada, una memoria familiare, un’immagine del proprio territorio. ItaliaVision potrebbe diventare una grande mappa emotiva dell’Italia che canta.
Lo dico anche da cantautore che lavora molto sul dialetto e sulle radici: mi interessa profondamente il rapporto tra la musica e il luogo da cui nasce. Non parlo solo di geografia, ma di memoria, lingua, paesaggio interiore, appartenenza. Secondo me il valore aggiunto della musica oggi è proprio questo: non limitarsi a eseguire una canzone, ma raccontare da dove arriva quella voce, quale storia porta con sé, quale mondo prova ad aprire davanti al pubblico.
Però il sogno vero sarebbe mantenere sempre un equilibrio: anche con la tecnologia più avanzata, al centro deve restare la persona. La voce, il corpo, la canzone, la fragilità di chi sale sul palco. Gli effetti possono amplificare l’emozione, ma non devono mai sostituirla.
Quindi sì, sogno un palco tecnologicamente potente, ma profondamente umano. Un palco che non dica semplicemente: guardate che spettacolo, ma: ascoltate questa storia.

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