BRAFF

BRAFF: sfoggiando la regola dell’arte del suono e del beatmaker

BRAFF sa bene come mescolare tutto assieme in un disco che dall’Italia raccoglie un’eredità losangelina… quel beat decisamente denso di America glitterata di bassifondi e lustrini dove il pop nostrano si insidia e ammorbidisce i toni… e poi gli skit non devono mancare… e quel “BRAFF SUL BOOM BAP” davvero mi regala vedute berlinesi di qualche sana soluzione kraut che non guasta mai… e penso che proprio questi skit che colorano il disco come a sfoggiare lo stile e fare scuola, siano il vero cuore di tutto il lavoro di Braff. Punto a capo… mettiamo in circolo questo nuovo lavoro di inediti dal titolo “Qualcosa in più”.

BRAFF COVER

Cos’è quel “Qualcosa in più” che tutti stiamo cercando? Che tu stai cercando?
È una ricerca ideale e astratta, che da un lato motiva e stimola, perchè apre al nuovo e al cambiamento, ma dall’altro rischia di diventare frustrante, perchè non ha mai fine e non sei mai soddisfatto, che per qualcuno e forse anche per me, è lo scopo di tutto perchè ti fa stare sempre in movimento. Sento a livello generale, che c’è questo spinta nella nostra generazione al non accontentarsi, all’esplorare, al non fermarsi, da un lato penso sia un valore dall’altro mi viene il dubbio e m’interrogo nel disco che questo qualcosa in più in realtà non coincida per forza con un miglioramento, qualcosa in più non equivale in automatico a qualcosa di meglio, progresso per forza non è miglioramento.

Fortissima e velenosa la critica sociale soprattutto dentro la produzione musicale. Ormai l’omologazione impera non trovi?
Questo per me è proprio un punto cardine: l’autenticità, l’identità di quello che fai, la musica è il tuo mezzo per esprimerti, non si può tradire e usarla in questo modo cosi superficiale. Questo qualcosa in più del titolo è anche un auspicio che l’ascoltatore possa trovare nel disco un qualcosa di diverso e a suo modo originale rispetto all’omologazione di oggi. Che non vuol dire che sia migliore, ma che almeno sia autentico.

BRAFF

Suggestiva “Una vita, due vite”. Il piccolo borgo… ci vivi ancora? Che vita era? E come ti sei trovato a convivere con il silenzio?
Si non so ancora per quanto :), però per ora resisto, dopo aver fatto diversi anni a Milano è stata una contrapposizione forte, è un pezzo che sicuramente attinge alla mia storia, ma anche molto ispirato a racconti di amici soprattutto del sud Italia, che penso vivano questa contraddizione ancora molto più netta rispetto a me, tra la spinta ad andare per autorealizzarsi ma anche il sacrificio di dover lasciare qualcuno/qualcosa, e mi chiedo ne vale la pena? Cosa conta davvero?

La collaborazione è il vero quid di questo suono… che significa ha per te?
Sono molto contento che in questo disco abbiano partecipano tante figure diverse, rispetto al mio primo, hanno seguito il progetto: l’ho trovato arricchente e più costruito insieme. E’ stata una figata coinvolgere ad esempio il coro dei bambini della scuola De Calboli di Arenzano, o Andrea Amoroso, che è un doppiatore/attore, o il maestro Agostino Palmieri che ci ha permesso di campionare alcune parti della sua estate a rivello degli anni 80, è stato un bel viaggio con tanti passeggeri.

Che tipo di ricetta tecnologica hai messo in scena per lavorare al suono di questo disco? Che ricerca e che volevi raggiungere? Te lo chiedo perché in fondo, come quando si torna a vivere nei piccoli borghi, sembra che il disco voglia tornare alla radice classica delle cose senza troppe trasgressioni… c’è tanta sintesi o sbaglio?
Io arrivo dal rap classico, mi piace la semplicità e il suono “sporco” del sample e batteria, quindi tutto parte da li. Poi lavorando con Desso e Dematteis che sono dei musicisti, sicuramente loro arricchiscono con le loro competenze alcune sonorità, dandogli un tocco di luminosità e rendendo forse anche un po’ più pulito e accessibile il tutto.

Click here to display content from Spotify.
Learn more in Spotify’s privacy policy.