Ci sono musicisti che inseguono continuamente il suono perfetto. E poi ci sono quelli che, dopo una vita intera passata sui palchi, capiscono che la cosa più difficile è arrivare all’essenziale. Andy Carrieri appartiene decisamente alla seconda categoria. Dall’esperienza in band con i Dirty Hands ai tour americani, passando per collaborazioni e centinaia di concerti tra Europa e Stati Uniti, il chitarrista emiliano torna oggi con “All Things Bright”, pubblicato per Bloos Records, un album che non è solo un tributo alla tradizione, ma una dichiarazione artistica che celebra il blues come linguaggio vivo, capace di attraversare epoche e confini.

In questa intervista, Andy Carrieri ha condiviso con noi le sue riflessioni sul significato autentico del blues, sul rapporto con le sue chitarre e su ciò che ha imparato nel corso dei suoi tour.
Hai mai l’impressione che oggi il blues venga spesso raccontato più come estetica che come esperienza?
In verità ho l’impressione che venga raccontato più come uno stile di vita che come un genere. L’aspetto estetico ha la sua importanza ma sarebbe molto meglio capirne l’essenza e l’aspetto culturale. In ogni caso è anche un’esperienza soggettiva ed è giusto che sia così, bisogna essere liberi di interpretare, solo così un genere può restare vivo.
Dopo così tanti anni di musica, cosa ti emoziona ancora quando prendi in mano una chitarra acustica?
Con le acustiche ho un rapporto diverso rispetto a quello che ho con le chitarre elettriche. Le acustiche le considero degli strumenti vivi. Ho le mie preferite e ogniuna ha un suo carattere. Alcune le uso a scopo terapeutico. Anche in questo caso ogni chitarrista ha un suo rapporto con il suo strumento. C’è chi lo considera solo uno strumento e chi lo mitizza. Si va a fasi io sono tornato a mitizzarle ma so che col passare del tempo torneranno ad essere solo chitarre. Cerco di suonare l’acustica senza elementi intermediari come plettri, a parte la slide, perché mi piace avere un contatto diretto.
Cosa ti hanno insegnato i tour americani che nessun disco avrebbe potuto insegnarti?
Che non importa da dove vieni o chi sei, una volta che sali sul palco entri a far parte di un’unica grande famiglia. Il palco fa la differenza, ma anche chi ascolta ha un certo potere sulla riuscita di un concerto.
Come descriveresti oggi la scena blues del nostro paese?
Ultimamente la conosco meno, ci sono molti giovani talenti, altri hanno smesso per motivi vari. C’è stato un discreto ricambio e il livello tecnico ne è uscito migliorato. Come diceva Willie Dixon? Noi lo chiamiamo blues, i bianchi lo chiamano r’n’roll ma è sempre la stessa cosa. Io, ad esempio credo di avere un approccio più rockettaro che classico.
C’è una canzone del disco che senti particolarmente autobiografica anche senza esserlo esplicitamente?
Sono tutte autobiografiche, forse quella meno esplicita è I Still Don’t Know che l’ho scritta insieme a Slep Sciancalepore (storico chitarrista dei Party Kids, e che ha collaborato anche con De Gregori).






