Dietro ogni grande evento musicale non ci sono solo luci e palcoscenici, ma una visione strategica capace di intercettare il talento e trasformarlo in emozione. Oggi abbiamo il piacere di parlare con Marco Bellomo, consulente musicale dell’ItaliaVision Festival. Con lui esploreremo i criteri che guidano la selezione degli artisti, l’evoluzione del panorama musicale italiano e il delicato equilibrio tra innovazione e tradizione che rende ItaliaVision un appuntamento unico nel suo genere.

La figura del consulente musicale è spesso invisibile al grande pubblico ma fondamentale. Come descriveresti il “filo rosso” che guida le tue scelte per l’ItaliaVision?
Più che un criterio rigido, direi che mi guida sempre una cosa: capire se un artista è vero. Non cerco solo brani fatti bene, ma persone che abbiano qualcosa da dire e un’identità chiara. Per ItaliaVision il filo rosso è questo equilibrio tra qualità e verità, senza forzare mai nulla.
Qual è la sfida più grande nel bilanciare i gusti di un pubblico eterogeneo con la necessità di mantenere un’identità artistica coerente per il Festival?
È sempre un punto d’incontro delicato. Il rischio è quello di inseguire solo ciò che “funziona”, ma così si perde personalità. Io credo che ItaliaVision debba avere una sua direzione chiara e poi aprirsi al pubblico, non il contrario. Il lavoro sta proprio nel far convivere queste due dimensioni senza snaturare nulla, trovando una coerenza tra identità e ascolto.
Oggi la musica viaggia velocemente sui social e sulle piattaforme di streaming. In che modo queste nuove dinamiche influenzano il tuo lavoro di scouting per il Festival?
Si è vero oggi il mondo in generale viaggia a ritmi elevati e tutto passa molto dalla dimensione digitale, e nel nostro caso anche le selezioni avvengono tramite materiali inviati, quindi video e file audio. Questo però non cambia il punto centrale del mio lavoro: non guardo i numeri, né la dimensione social dell’artista. Quello che cerco è altro. Voglio percepire l’identità, l’anima, la verità di chi ho davanti, anche attraverso uno schermo o una traccia audio. Non mi interessa il “prodotto” già confezionato, ma ciò che sta sotto, l’essenza più pura dell’artista e della sua urgenza espressiva.
Cosa cerchi in un artista durante le selezioni? È più una questione di tecnica vocale, di carisma o di “urgenza” comunicativa?
Essendo io stesso un cantante, do inevitabilmente grande importanza alla tecnica, e non potrei nasconderlo, però non è mai il punto di arrivo. Per me i requisiti davvero imprescindibili sono l’emozione e la verità con cui un artista si espone. La tecnica può sostenere, ma non può sostituire ciò che arriva davvero. Quello che cerco è questo: uscire da un ascolto con qualcosa addosso, con la sensazione di essere stato trasportato nel mondo di quell’artista, a prescindere dalla perfezione vocale. Se manca questo, tutto il resto perde valore.
ItaliaVision si pone come una vetrina importante per la musica italiana. In un mercato sempre più globalizzato, quali elementi della nostra tradizione musicale cerchi di preservare e quali invece senti il bisogno di rinnovare?
La tradizione italiana per me è soprattutto scrittura e melodia, ed è una base fortissima che ci caratterizza. Però non ha senso restare fermi lì. È giusto che ci sia sperimentazione e che ci siano contaminazioni internazionali: non le vedo come un limite, ma come un arricchimento. Possono aiutare a creare nuovi stili, nuove sonorità, nuove possibilità espressive. L’importante è che tutto questo non faccia perdere la nostra identità. Mi interessa vedere come questi elementi possano convivere con il nostro modo di fare musica e scrivere canzoni, mantenendo riconoscibilità ma allo stesso tempo aprendosi al nuovo.
Se dovessi dare un consiglio a un giovane artista che aspira a calcare il palco dell’ItaliaVision, su cosa gli suggeriresti di puntare per colpire la tua attenzione?
Di non cercare di piacere a tutti. Meglio avere un’identità chiara, anche rischiando: se sei riconoscibile, arrivi più lontano che cercando di essere “giusto”. Non devono pensare di attirare la mia attenzione, ma sentirsi liberi di esprimersi e di divertirsi nel raccontare quello che sono. Non devono sentirsi giudicati, ma ascoltati con rispetto e interesse per la loro arte e per la passione che ci unisce, ovvero quella per la musica. In questo senso, ItaliaVision vuole essere anche un ambiente sano, dove la competizione resta un gioco e la cosa più importante è creare una rete di artisti che possano conoscersi e dare più visibilità possibile alla propria musica.
Guardando al futuro, come vedi l’evoluzione di ItaliaVision nei prossimi cinque anni? Quale direzione sonora ti piacerebbe esplorare?
Mi piacerebbe che fosse un festival in cui a regnare siano il rispetto e l’amore per la musica, l’arte e la cultura. Un luogo dove artisti e pubblico possano incontrarsi, confrontarsi e anche divertirsi insieme. Lo vedo come uno spazio sempre più aperto, capace di far convivere mondi diversi con una qualità alta come base, e spero possa diventare anche un piccolo segnale di rinascita per la musica italiana.







