C’è una lentezza che non ha nulla a che vedere con l’immobilità. È la lentezza del camminare, dell’osservare, del lasciare che le cose sedimentino prima di trasformarsi in parole. Con “Lumache”, Bonje In Yurt firma uno dei suoi brani più intimi e consapevoli, nato dall’esperienza del Cammino di Santiago e attraversato da un’idea di scrittura più essenziale, meno affollata, più vera. Ne abbiamo parlato con lui, tra viaggi interiori, dettagli quotidiani, filosofia della lentezza e canzoni che cercano di lasciare spazio invece di riempirlo.

“Lumache” nasce dal Cammino di Santiago: in che modo questa esperienza ha cambiato il tuo modo di scrivere musica?
Il Cammino ha tolto molto più di quanto abbia aggiunto, e questa è stata la svolta. Scrivere musica per me prima era anche accumulo, immagini, suoni, idee. Durante il Cammino invece ho iniziato a togliere, a lasciare indietro il superfluo, esattamente come nello zaino. Questo si riflette nei testi, che sono diventati più essenziali ma anche più veri. Non sento più il bisogno di riempire, ma di arrivare al punto. Anche il tempo è cambiato, ho imparato ad ascoltare le pause. Camminare per ore ti costringe a stare dentro un ritmo naturale, e quel ritmo è entrato nelle canzoni. “Lumache” è figlia di questa lentezza, di questo stare. È una scrittura meno costruita e più attraversata. Come se la canzone non la decidessi io, ma emergesse da quello che ho vissuto.
Il brano sembra muoversi tra viaggio fisico e viaggio interiore: quanto è importante per te questa doppia lettura?
È fondamentale, perché per me le due cose coincidono quasi sempre. Il viaggio fisico è solo un modo per rendere visibile qualcosa che succede dentro. Camminare per chilometri diventa una specie di rituale, dove ogni passo è anche un pensiero che si sposta. Mi interessa che chi ascolta possa leggerla in entrambi i modi, senza sentirsi obbligato a scegliere. Puoi viverla come una canzone sul Cammino oppure come una canzone su un cambiamento personale. Questa ambiguità per me è uno spazio, non un limite. È lì che succede qualcosa di autentico. La musica deve aprire, non chiudere. E in “Lumache” questo doppio piano è proprio la struttura del brano.
Nel pezzo c’è una forte attenzione al dettaglio umano e quotidiano: parti più dalle persone che incontri o dalle tue riflessioni personali?
È un continuo rimbalzo tra le due cose. Le persone che incontri diventano specchi, ma anche detonatori. A volte basta un gesto, una frase, uno sguardo per aprire un pensiero che poi si sviluppa dentro di me. Non faccio quasi mai distinzione netta tra esterno e interno. Quello che vedo fuori si mescola subito con quello che porto dentro. Nel caso di “Lumache” ci sono dettagli molto concreti, ostelli, scarpe consumate, timbri, ma sono sempre filtrati da una percezione personale. Non mi interessa raccontare le persone in modo documentaristico, ma restituire quello che mi hanno fatto muovere. È una scrittura che nasce dall’incontro.
Il tema del “camminare lentamente” sembra quasi una filosofia: è anche un modo per opporsi alla velocità della musica di oggi?
Sì, ma non in modo polemico. Non è una protesta, è più una scelta naturale. Mi accorgo che oggi tutto tende ad accelerare, anche l’ascolto. Le canzoni spesso vengono consumate più che vissute. Il camminare lentamente per me è un modo per rimettere il corpo dentro il tempo. E quindi anche la musica torna ad avere un respiro diverso. Non ho interesse a rincorrere una velocità che non mi appartiene. Preferisco creare uno spazio dove chi ascolta possa fermarsi un attimo. Se poi questo va contro una certa dinamica attuale, va bene così. Non è una posizione contro qualcosa, è a favore di un altro ritmo.
Dal punto di vista sonoro, quanto il viaggio ha influenzato le scelte musicali e gli arrangiamenti del brano?
Tantissimo, anche se in modo sottile. Non è che ho voluto fare una musica “da viaggio”, ma il viaggio ha cambiato il modo in cui ascolto i suoni. Ho cercato arrangiamenti che lasciassero respirare, che non fossero invadenti. C’è una ricerca di spazio, di aria. Anche le dinamiche sono più morbide, meno costruite. Mi interessava che la musica accompagnasse il passo, non lo imponesse. Alcuni suoni sono quasi impercettibili ma servono a creare una continuità, come un paesaggio che scorre. È una produzione più essenziale ma anche più consapevole. Ogni elemento deve avere un senso, altrimenti meglio toglierlo.
In questo progetto c’è una forte componente narrativa: ti senti più vicino alla forma canzone o alla costruzione di storie?
Mi sento sempre molto più vicino alla forma canzone. La storia dà una connotazione al brano e ne costruisce lo spessore narrativo, ma la fruibilità resta centrale. È fondamentale che una canzone funzioni anche a livello immediato, sonoro ed emotivo. Sto lavorando molto su questo equilibrio, cercando modi sempre più efficaci per far dialogare narrazione e fruibilità musicale. È una ricerca continua. A differenza del passato, sto sperimentando le concept song, ovvero canzoni che affrontano tematiche specifiche e interessanti, sia dal punto di vista della rappresentazione del pubblico sia per il loro contenuto. Mi interessa mantenere accessibilità e profondità insieme. È lì che la canzone trova davvero forza.
Dopo “Lumache”, dove senti che si sta spingendo oggi il progetto Bonje In Yurt?
Sento che si sta andando verso una direzione ancora più essenziale e ancora più radicata nell’italiano. “Lumache” è stato un passaggio importante perché ha chiarito un linguaggio. Adesso mi interessa approfondirlo, non cambiare subito. C’è una ricerca di coerenza tra suono, parole e immagini. Anche dal punto di vista visivo, tutto nasce già mentre scrivo. Non vedo più il video come qualcosa che arriva dopo. Il progetto sta diventando sempre più un mondo unico, dove ogni elemento dialoga con gli altri. E poi c’è una voglia forte di portarlo dal vivo, perché è lì che queste canzoni trovano un’altra dimensione. È un percorso che si sta stringendo, ma proprio per questo diventa più preciso.





