Tackat Nausea

Tackat, “Nausea”: il caos contemporaneo diventa suono

Tackat Nausea

Con “Nausea”, i Tackat firmano un lavoro che rifiuta qualsiasi comfort zone e sceglie di muoversi dentro le contraddizioni del presente. Più che un disco, è un flusso continuo: un attraversamento sonoro in cui drum and bass, elettronica, punk e suggestioni narrative si intrecciano senza mai cercare una sintesi rassicurante.

La coerenza non sta nella forma, ma nell’attitudine. I brani si inseguono, si scontrano, deviano, mantenendo viva una tensione costante che riflette la saturazione della contemporaneità: un accumulo incessante di stimoli, immagini e linguaggi che difficilmente trovano un punto di equilibrio.

“Nausea” non racconta una storia lineare, ma mette in scena una condizione. Il disorientamento diventa linguaggio musicale, mentre il bilinguismo e la libertà espressiva contribuiscono a costruire un universo sonoro stratificato, in cui ogni elemento sembra convivere in un equilibrio instabile ma necessario.

Il risultato è un disco che non si limita ad osservare il presente, ma lo replica nella sua forma più autentica: caotica, frammentata, in continua trasformazione.

A partire da questo approccio libero e senza compromessi, abbiamo incontrato i Tackat per entrare nel processo creativo di “Nausea”, tra sperimentazione, identità sonora e visione del presente.

“Nausea” nasce senza un concept preciso ma restituisce comunque una visione forte: quando avete capito che il disco stava prendendo forma?
Nei dischi precedenti, come in questo d’altronde, si producevano pezzi in libertà totale. Un po’ come una session di brainstorming. Poi pian piano si raffina tutto per dargli un minimo di coerenza e continuità. C’è anche da dire che abbiamo lo stesso metro nel giudicare sia il nostro lavoro che quello degli altri. Se il nostro disco mi annoia e non mi sorprende perché è uguale dall’inizio alla fine, c’è qualcosa da cambiare. I nostri dischi hanno sempre brani che sono fuori strada ma è proprio queste devianze che li rende interessanti e magari riascoltabili fra un anno. Secondo me

Avete attraversato molti generi: è stato un processo naturale o vi siete messi dei limiti?
No limits. Vogliamo divertirci. Credo che comunque qualsiasi stile si vada a vestire siamo sempre noi e il nostro suono

Il disco parla di saturazione: qual è stato il momento in cui avete sentito davvero questa “nausea”?
Non penso ad un momento preciso. È un processo inesauribile di piccole gocce

Quanto c’è di autobiografico nei brani?
I nostri brani sono noi… Quello che ascoltiamo, che vediamo. Quello che impariamo. Spesso sono dei piccoli film

Il bilinguismo come cambia la scrittura?
Ho cantato in inglese per decenni senza avere alcun feedback su quello che cantavo. Vivo in Italia ormai da molti anni. L’italiano o inglese per me è uguale. L’approccio è lo stesso. Non ho preconcetti. Se mi funziona, va bene. Per me

Se doveste descrivere il disco a chi non vi conosce, da dove partireste?
Un film di tarantino, trainspotting, blacksploitation, blues, electronika, bass music, e tanto punk
Questo è il nostro mondo

Alessandra

Alessandra

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